Pregare con i rifugiati per la speranza
01 febbraio 2013

In Sud Sudan la fragilità della vita dimostra l'importanza della comunità, Lobone, Sud Sudan (Christian Fuchs/JRS).

Il JRS lavora in collaborazione con il Boston College per approfondire i nostri valori fondamentali.

Cliccare qui per leggere la loro ultima riflessione sulla speranza.

Roma, 1 febbraio 2013 – Mentre viaggiavamo verso Morobi, ho saputo che Flabius, il capo catechista del villaggio, aveva perso una figlia, che era stata seppellita solo il giorno prima.  "Probabilmente non verrà al seminario, Padre, soffre molto. Era la sua ultima figlia."

Aveva perso non solo sua figlia di 21 anni  – e sua moglie, pochi anni prima – ma nel corso del tempo ben sette figli, a causa della guerra e delle malattie. Quanto alla sua ultima figlia, Sabina, non si sapeva la causa della morte. Si era ammalata ed era morta in 24 ore. Succede, nella savana; un giorno una persona sembra in salute, in grado di svolgere I suoi incarichi quotidiani al villaggio e a casa, e il giorno dopo non c'è più, colpita da un killer rapido e efficiente.

Alla cappella di Morobi  – Flabius è arrivato e si è seduto alla mia sinistra. appeared and took a seat off to my left. È un uomo esile di circa 50 anni, dai capelli grigi, basso di statura, con il volto illuminato da enormi occhi scintillanti.

Più tardi, dopo il seminario, Flabius, che era rimasto seduto in silenzio mentre mangiavamo, ha chiesto di dire qualche parola. Parlando nella sua lingua madre, il bari, ha detto qualcosa come:

"Non ho molto da dire, fratelli, sorelle, Padre. Ho sofferto profondamente questa settimana per la morte della mia ultima figlia, e ora sono solo e non c'è nessuno ad assistermi, tranne voi. Vi sono riconoscente".

Siamo rimasti seduti in silenzio a lungo, lasciando che la pioggia delle sue parole bagnasse il suolo dei nostri cuori. Poi ha concluso, abbracciando tutti noi con un solo sguardo dei suoi occhi pesanti:

"Non ho molto altro da dire. Pregate per me e grazie".

È stato straziante. Flabius sapeva che eravamo tutti in lutto con lui.

Ero testimone del Corpo di Cristo che soffriva e allo stesso tempo si offriva per gli altri.

Riflessioni per la preghiera
Quando le persone affrontano un dolore enorme., rischiano di isolarsi, rimanendo prigioniere del loro stesso trauma, escluse da chi ha paura di condividere la loro sorte, incapaci di comunicare, anche se bramano di sperimentare e sentire che c'è ancora una vita oltre il dolore. Questi sono momenti in cui abbiamo bisogno che gli altri invadano il nostro spazio e ci dicano che ci sono buone ragioni perché ci liberiamo dalle trappole del trauma.

Il vero inizio è quel primo passo che porta fuori dall'isolamento e dal vittimismo, non solo  per chi soffre per l'esclusione, ma per tutti noi. Beati sono quei costruttori di comunità che osano proclamare, richiedere e praticare questo "uscire dall'isolamento", che sono convinti che il modo di reagire alle proprie sofferenze passi attraverso la presenza e la forza degli altri, che ci circondano e rimuovono il velo della nostra cecità.

L'autorità e l'impatto di Gesù di Nazareth sulle persone si basava in larga misura, immagino, sulla Sua capacità di incoraggiare l'amicizia, sulla Sua pratica di costruzione di comunità attraverso il de-isolamento, condividendo il destino delle persone che incontrava.

L'autorità di Gesù emerge non solo nelle parole e nelle azioni, attraverso le quali ricostruisce le nostre comunità aprendole a coloro che siamo così pronti ad escludere, ma anche nella proclamazione di un sogno, il Regno di Dio, che ama paragonare a un banchetto di cui godremo tutti insieme. Sembra un sogno impossibile, un orizzonte che non può essere raggiunto, ma la fede di Gesù in un Dio che si fa avanti, fuori da quell'orizzonte, e lo rende realtà è contagiosa.


Lettura suggerita per la preghiera
La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono. (Ebrei, 11.1)