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Colombia: negoziati di pace, un raggio di speranza per i rifugiati
21 settembre 2012

Colombiano sfollato a Panama (Laurent Labrique/JRS)
Contrariamente a quanto comunemente si crede, il conflitto colombiano non è ancora risolto, e certe popolazioni sono tuttora esposte a violazioni dei diritti umani fondamentali.

Bogotà, 21 settembre 2012 – In Colombia si comincia a percepire un alito di speranza dopo decenni di aperto confronto tra gruppi armati. Per 15 anni, le vittime sfollate dal conflitto colombiano sono vissute con il desiderio di tornare nel proprio paese che erano state costrette a lasciare. Con l'avvio dei colloqui di pace tra il gruppo guerrigliero di sinistra, Forze armate rivoluzionarie della Colombia (FARC), e il governo quella speranza potrebbe finalmente tradursi in realtà.

Quando abbiamo chiesto a una rifugiata colombiana in Venezuela cosa significasse per lei la parola "patria", è rimasta senza fiato, ha chiuso gli occhi per fermare le lacrime che le bagnavano le guance, ma non ha detto nulla. Di sicuro, ora lei e molti altri che erano stati espulsi dalla Colombia si chiedono se il loro paese che allora non era riuscito a proteggere i loro diritti umani sia davvero cambiato.

Parlando più in generale, come si rifletterà la recente decisione del governo di avviare negoziati di pace sui 460.000 sfollati con la forza colombiani che risiedono fuori dal paese: alcuni con lo stato di rifugiati riconosciuto, altri richiedenti asilo, altri ancora che vivono in un limbo giuridico, tutti comunque bisognosi di protezione internazionale? 

Un conflitto alimentato da fattori interni ed esterni.  Negli ultimi 50 anni, le violenze in Colombia – che hanno provocato il maggior numero di sfollati dell'emisfero occidentale – sono state alimentate da tutta una serie di fattori interni ed esterni. Tra le cause interne, gli interessi legati alla terra, le autocrazie regionali e le violenze perpetrate da fazioni di potenti gruppi armati.

Tra quelle esterne, invece, gli affari del narcotraffico e le tensioni tra Stati Uniti e poteri emergenti dell'America Latina hanno giocato un ruolo di primo piano nel perpetuare il conflitto. Inoltre, i mutati modelli degli scambi internazionali hanno fatto sì che in Colombia sia il controllo della terra, soprattutto nelle regioni di frontiera, a determinare l'accesso alle opportunità economiche tanto in ambito legale quanto in quello illegale.

Più ancora di una raggiunta pace, ciò che in questo momento infonde nuova speranza è la fine del conflitto armato vero e proprio. I negoziati di pace daranno spazio a un ampio dibattito nel paese per quanto riguarda i fattori strutturali che hanno determinato il clima di violenze e sulla necessità di accogliere le varie posizioni senza temere le criminalizzazioni del passato.

Fintanto che il conflitto è in atto, dando forza a un diffuso senso di emergenza, molte delle decisioni politiche riguardanti il futuro della Colombia verranno assunte senza il debito processo consultivo né il rispetto per i diritti individuali. L'interrogativo senza risposta è: che paese si va o si andava (dal contesto sembrerebbe un presente, ma in inglese è al passato) costruendo dietro al mendace principio di una guerra al terrorismo?

Un'iniziativa presidenziale.  Insediatosi il presidente Juan Manual Santos, il suo governo ha cercato di reinstaurare rapporti diplomatici con i paesi confinanti, in particolare con il Venezuela e l'Ecuador, messi a dura prova dalle posizioni tutt'altro che concilianti assunte nei loro confronti dal governo colombiano negli anni 2002-2010.

Il processo è iniziato con il miglioramento dei rapporti commerciali avendo il Venezuela iniziato a saldare il proprio debito nei confronti degli esportatori colombiani. Il dibattito bilaterale si è poi spostato sul piano delle politiche confinarie, della cooperazione militare, fino a trattare delle problematiche legate alla migrazione. 

In un primo momento, l'Ecuador aveva posto come condizione all'accesso dei colombiani al proprio territorio il possesso di un documento rilasciato dal Departamento Administrativo de Seguridad che attestasse l'assenza di precedenti penali a carico dell'intestatario. In seguito, il Venezuela ha rinunciato al visto di entrata per i colombiani. Iniziative, queste, che hanno reso più facile ai rifugiati raggiungere condizioni di sicurezza nei paesi confinanti.

Il governo colombiano ha risposto a queste misure mettendo a disposizione una piccola somma, vale a dire 500.000 dollari USA, a sostegno dei rifugiati in Ecuador. È stata la prima volta che il governo colombiano riconosceva  ufficialmente le difficoltà affrontate dalle vittime del conflitto armato, costrette a cercare asilo all'estero, e gli sforzi compiuti dagli stati confinanti nel prestare assistenza a queste popolazioni.

La presentazione alla Camera dei Rappresentati colombiana, alla fine del 2011, della legge in favore delle vittime del conflitto e della restituzione delle terre è stato un ulteriore segno da parte del governo in direzione della pace, del rimpatrio e della riconciliazione. Per la prima volta si apriva un dibattito formale su come risolvere la questione delle vittime risiedenti all'estero.

La questione, tuttavia, del risarcimento ai rifugiati era stata ampiamente ignorata. Ciò premesso, durante i primi mesi del 2012 si sono compiuti dei passi avanti, e le istituzioni incaricate della registrazione delle vittime e dei rispettivi risarcimenti, come ad esempio la restituzione delle terre sottratte, si sono messe in contatto con agenzie e organizzazioni operanti al di fuori della Colombia.

Rientro in sicurezza in Colombia. Una delle maggiori sfide future per gli sfollati con la forza colombiani è quella posta da un rientro a casa in condizioni di sicurezza. Prima del rimpatrio, i rifugiati vanno informati adeguatamente sulla situazione dei diritti umani in  Colombia. Ad ogni modo, ogni decisione riguardo al loro rientro in  patria deve avere carattere di volontarietà.

Contrariamente a quanto comunemente si crede, il conflitto colombiano non è ancora risolto, e certe popolazioni sono tuttora esposte a violazioni dei diritti umani fondamentali. I gruppi armati che si sono succeduti ai gruppi paramilitari di destra mantengono sempre ancora il controllo su vasti territori, e a dispetto delle trattative di pace in corso persistono scontri armati. A ciò si aggiunga che i guerriglieri di sinistra dell'Esercito di liberazione nazionale (ELN) non ha ancora avviato trattative di pace con il governo.

In base alla Dichiarazione di Cartagena sui rifugiati del 1984, gli stati sono tenuti a considerare la "violenza generalizzata" motivo per accordare asilo sui rispettivi territori nazionali. In quest'ottica, finché la Colombia non garantisce condizioni di sicurezza ai propri cittadini, questi devono poter ottenere asilo negli stati confinanti. La loro assenza dalla Colombia, tuttavia, non deve escludere tutti i colombiani sfollati con la forza – a prescindere dal loro status di migranti – dal dibattito sul futuro del paese, soprattutto in relazione alle questioni risarcimento e giustizia.

Luis Fernando Gómez, coordinatore regionale per l'Advocacy del JRS America Latina e Caraibi (JRS LAC).


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