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Repubblica Democratica del Congo: intervista al direttore del JRS Grandi Laghi
12 febbraio 2013

Una donna sfollata a Nzulu, uno dei tanti campi profughi che si sono formati dallo scorso novembre nei dintorni di Goma, città strategica del Congo orientale (JRS/Danilo Giannese).
Bujumbura, 15 gennaio 2013 - A quasi tre mesi dalla crisi di Goma, occupata per dodici giorni dai ribelli del Movimento del 23 marzo (M23), la situazione nella capitale del Nord Kivu, regione ricca di minerali Congo orientale, resta ancora segnata da incertezza e precarietà. I ribelli si trovano alle porte della città, in attesa dell'esito delle negoziazioni con il governo di Kinshasa a Kampala, e decine di migliaia di sfollati vivono ammassati in alcuni campi poco lontani dal centro cittadino. 

Il direttore del JRS Grandi Laghi Isaac Kiyaka SJ è reduce da una visita a Goma, dove ha trascorso anche i giorni di Natale e fine anno. Con lui facciamo il punto della situazione.

Padre Kiyaka, come ha trovato Goma all'indomani della nuova crisi scatenata dall'M23?
Anche se i ribelli hanno accettato di ritirarsi a qualche chilometro da Goma, in città si continua a respirare un clima di profonda insicurezza. La gente è convinta che i ribelli dell'M23 seguitino ad aggirarsi nelle vie di Goma per sorvegliare la situazione. Dall'altro lato la massiccia presenza di militari congolesi e pattuglie dei caschi blu dell'Onu ti fa comunque avvertire una sensazione di tensione. Una delle immagini che mi ha colpito di più è vedere passare un carro armato in una strada dove giocavano i bambini.

Qual è lo stato d'animo che prevale in queste ore tra la popolazione?
La gente vive nella paura costante che un nuovo conflitto possa scoppiare da un momento all'altro. Per gli abitanti di Goma il futuro è incerto, imprevedibile, oscuro. Tuttavia questa gente è molto forte e ha una capacità ammirevole di andare avanti nonostante tutto. I negozi hanno ripreso le attività e il mercato è pieno di persone che comprano e vendono frutta e verdura. Tutti si danno da fare per tornare a una vita normale, considerando che il concetto di normalità in Congo è alquanto relativo.

Lei ha visitato uno dei campi di sfollati alle porte della città. In quali condizioni vivono queste persone?
Il campo è stracolmo di sfollati che vivono ammassati gli uni agli altri in minuscole capanne che quando piove non impediscono all'acqua di entrare. Si sentono costantemente in pericolo, visto che è accaduto più volte che nel campo siano entrati uomini armati, e rischiano di perdere ogni speranza nel futuro. Un giorno ho visto una donna che gridava e piangeva perché le era stato detto che la sua carta per ottenere la razione di cibo era stata usata da un'altra persona. C'è molta disperazione tra gli sfollati.

Gli sfollati hanno occupato anche luoghi pubblici come scuole e parrocchie. Ci parli di questo aspetto.
Durante il giorno gli sfollati abbandonavano le scuole dove avevano trovato rifugio per consentire agli studenti di fare lezione. La scena che mi ha colpito di più in assoluto è stata vedere delle famiglie di sfollati che cucinavano mais e fagioli proprio fuori dalle classi dove i bambini stavano studiando facendo uno sforzo enorme che per non perdere la concentrazione. C'è da sottolineare comunque che la gente locale ha mostrato grande solidarietà nei confronti degli sfollati: basti pensare a tutti quelli che sono stati accolti dalle famiglie locali.

In questo contesto di emergenza il JRS ha scelto di intervenire sul piano dell'istruzione, riabilitando scuole e distribuendo materiali scolastici. Cosa vuol dire per le vite degli studenti sfollati?
Abbiamo deciso di intervenire a livello di istruzione per restituire ai bambini sfollati la possibilità di andare a scuola e nutrire in loro la speranza nel futuro nonostante il contesto di emergenza e sofferenza. Di fronte a bisogni tanto grandi, ti chiedi quale possa essere il contributo di una organizzazione come il JRS. La risposta che ci siamo dati è che anche se il nostro contributo non è altro che una goccia nell'oceano, per loro la nostra presenza è molto importante. Li aiutiamo, loro se ne rendono conto e non si sentono soli.

Lei ha trascorso il Natale a Goma. Ci racconti com'è stato?
Passare il Natale a Goma vuol dire toccare con mano il senso più autentico della figura di Gesù Cristo. Anche lui, infatti, nacque in condizioni di vulnerabilità, esattamente come vivono i bambini e tutti gli abitanti del Congo orientale. Il Natale a Goma ti fa capire Gesù come Colui che è presente nella sofferenza e, di conseguenza, lo intravedi in mezzo a questa gente.

È stato molto toccante vedere come, nonostante il clima di insicurezza e l'odore di guerra, gli abitanti di Goma abbiano voluto celebrare il Natale e la vita: dopo la messa erano tutti fuori a brindare e festeggiare. Un segno del trionfo della speranza e della vita anche nelle situazioni più drammatiche. 

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