Cambogia: sopravvivere alle mine e al conflitto è stato solo l'inizio
Siem Reap, 5 aprile 2012 –"Se scrivi la mia storia, non riuscirai a finirla", ridacchia Han scoprendo una bocca sdentata. I denti rimasti sono ingialliti e rotti, ma non lasciatevi ingannare dalle apparenze, la vita non le ha ancora tolto le energie.
Sotto tanti aspetti, Han è la tipica donna khmer di mezza età. Non ricorda in che anno è nata e cerca di dimenticare gli orrori dell'era di Pol Pot. Ricorda, però, il giorno in cui ha camminato su una mina.
Aveva quindici anni quando i soldati delle forze di occupazione le hanno ordinato di "pulire la foresta", una tattica usata spesso durante il conflitto per verificare prima del passaggio delle truppe che non ci fossero mine o altri ordigni inesplosi.
Questa volta non ci sarebbero stati. Abitando in un villaggio lontano 60 chilometri, ci sono volute ore prima di raggiungere l'ospedale di Siem Reap. E comunque, anche se fosse stato più vicino, le cose sarebbero andate diversamente. L'esplosione le aveva reciso l'intera gamba sinistra.
Dopo un mese di ospedale, tornata al villaggio, Han è stata mandata via dalla casa del vicino presso cui abitava da quando la sua famiglia era morta sotto il regime di Pol Pot. Sola e in miseria, ha perso ogni speranza.
"Pensavo che non ce l'avrei fatta a sopravvivere..." racconta appoggiandosi allo schienale della sedia e guardando il nipotino di tre anni.
Il bambino sta giocando accanto alla sua protesi ormai rotta senza più il piede. Passa un momento e torna a sorridere "ma il capo villaggio ha cominciato ad aiutarmi. Mi hanno costruito una casetta e piano piano sono stata meglio... la speranza è tornata".
Mai demordere. Come per la maggior parte delle donne cambogiane, questo incidente è solo una delle molte sfide che Han ha dovuto affrontare. A 45 anni (che sono quanti pensa di avere) ha vissuto la tragedia della morte del marito e di quattro figli. Oggi lotta per sostenere i due che rimangono e i due nipotini, soprattutto dopo che nel settembre dello scorso anno le inondazioni hanno distrutto il villaggio, devastando i mezzi di sussistenza dell'intera comunità. Quella a venire sarà senza dubbio una stagione molto difficile dal punto di vista alimentare.
Han non vuole parlare delle mine che ancora teme circondino il suo villaggio, della morte dei suoi figli o della devastazione provocata dalle inondazioni. Al momento, la sua preoccupazione più grande è la figlia di diciotto anni che, secondo lei, è vittima degli "spiriti maligni".
Si tira su una manica e mi fa vedere le braccia costellate di morsi. Agitata, preoccupata e confusa, Han comincia a raccontarmi episodi della vita della figlia che presumibilmente sta sperimentando una qualche forma di trauma psicologico; una difficoltà talmente inspiegabile nella Cambogia rurale, che gli "spiriti maligni" sono l'unica possibile spiegazione.
"Gli spiriti maligni perseguitano la mia famiglia..." mi dice scuotendo la testa. "Oggi è stato un giorno difficile..."
Quando le chiedo come affronta le giornate più dure, butta indietro la testa e ride dell'ingenuità della mia domanda. "Nessun altro può prendersi cura della mia famiglia! Devo andare avanti!". Per Han, la risposta è ovvia.
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| Han sorride con il nipotino. Vuole continuare a sorridere per lui, perché non c’è nessun’altro che se ne prenda cura. (Tess O'Brien/ JRS) |
| Han non vuole parlare delle mine che ancora teme circondino il suo villaggio, della morte dei suoi figli o della devastazione provocata dalle inondazioni. |
Sotto tanti aspetti, Han è la tipica donna khmer di mezza età. Non ricorda in che anno è nata e cerca di dimenticare gli orrori dell'era di Pol Pot. Ricorda, però, il giorno in cui ha camminato su una mina.
Aveva quindici anni quando i soldati delle forze di occupazione le hanno ordinato di "pulire la foresta", una tattica usata spesso durante il conflitto per verificare prima del passaggio delle truppe che non ci fossero mine o altri ordigni inesplosi.
Questa volta non ci sarebbero stati. Abitando in un villaggio lontano 60 chilometri, ci sono volute ore prima di raggiungere l'ospedale di Siem Reap. E comunque, anche se fosse stato più vicino, le cose sarebbero andate diversamente. L'esplosione le aveva reciso l'intera gamba sinistra.
Dopo un mese di ospedale, tornata al villaggio, Han è stata mandata via dalla casa del vicino presso cui abitava da quando la sua famiglia era morta sotto il regime di Pol Pot. Sola e in miseria, ha perso ogni speranza.
"Pensavo che non ce l'avrei fatta a sopravvivere..." racconta appoggiandosi allo schienale della sedia e guardando il nipotino di tre anni.
Il bambino sta giocando accanto alla sua protesi ormai rotta senza più il piede. Passa un momento e torna a sorridere "ma il capo villaggio ha cominciato ad aiutarmi. Mi hanno costruito una casetta e piano piano sono stata meglio... la speranza è tornata".
Mai demordere. Come per la maggior parte delle donne cambogiane, questo incidente è solo una delle molte sfide che Han ha dovuto affrontare. A 45 anni (che sono quanti pensa di avere) ha vissuto la tragedia della morte del marito e di quattro figli. Oggi lotta per sostenere i due che rimangono e i due nipotini, soprattutto dopo che nel settembre dello scorso anno le inondazioni hanno distrutto il villaggio, devastando i mezzi di sussistenza dell'intera comunità. Quella a venire sarà senza dubbio una stagione molto difficile dal punto di vista alimentare.
Han non vuole parlare delle mine che ancora teme circondino il suo villaggio, della morte dei suoi figli o della devastazione provocata dalle inondazioni. Al momento, la sua preoccupazione più grande è la figlia di diciotto anni che, secondo lei, è vittima degli "spiriti maligni".
Si tira su una manica e mi fa vedere le braccia costellate di morsi. Agitata, preoccupata e confusa, Han comincia a raccontarmi episodi della vita della figlia che presumibilmente sta sperimentando una qualche forma di trauma psicologico; una difficoltà talmente inspiegabile nella Cambogia rurale, che gli "spiriti maligni" sono l'unica possibile spiegazione.
"Gli spiriti maligni perseguitano la mia famiglia..." mi dice scuotendo la testa. "Oggi è stato un giorno difficile..."
Quando le chiedo come affronta le giornate più dure, butta indietro la testa e ride dell'ingenuità della mia domanda. "Nessun altro può prendersi cura della mia famiglia! Devo andare avanti!". Per Han, la risposta è ovvia.




