Mitzi Schroeder, direttore delle Politiche migratorie del JRS USA
Washington DC, 7 giugno 2009 – Lo scorso aprile, in occasione della sua visita alle truppe dislocate in Iraq, il presidente Obama ha detto che i diciotto mesi a venire sarebbero stati per gli iracheni un “periodo critico”, dovendo il governo iracheno riuscire a guadagnarsi la fiducia dei cittadini. Di questi, oltre due milioni sono rifugiati che hanno bisogno estremo di rassicurazioni. parliamo di coloro che sono fuggiti dal paese durante il regime di Saddam Hussein, e di quanti sono scappati a causa dei disordini che hanno sconvolto il paese dalla deposizione del Raïs in poi.
Il Presidente ha puntualizzato che lo sviluppo di un clima di fiducia popolare in un Iraq sicuro e democratico è cosa che spetta agli iracheni, ma di certo non lo possono fare da soli. Ha quindi dato la propria parola che gli USA sarebbero rimasti un “partner fedele...per assicurare che l’Iraq sia un paese stabile, non rappresenti un porto sicuro per i terroristi, sia un buon vicino e un buon alleato, e che si possa iniziare a riportare i “nostri” a casa”.
Anche riportare a casa i rifugiati iracheni deve essere una missione che veda gli Stati Uniti dare sostegno al governo iracheno aiutando a creare le condizioni per una scelta volontaria di rientro in condizioni dignitose che consentano a quegli stessi rifugiati di rifarsi una vita e contribuire al futuro della propria patria. Ciò richiederà un impegno non indifferente sia per mantenere un livello di assistenza tale da indurre i governi della regione a sostenere ancora pazientemente l’onere che i rifugiati esercitano sulle rispettive comunità, sia per studiare le misure logistiche e giuridiche e fornire i livelli di assistenza necessari a facilitare un rientro ordinato e sostenibile.
L’enormità del compito che si profila può essere riassunta in una breve serie di dati statistici. Le Nazioni Unite stimano che allo stato attuale 2 milioni di iracheni risiedano nella regione come rifugiati. Circa 23-24 mila persone sono rientrate in Iraq nel 2008, e al ritmo attuale si prevede che quest’anno i rientri assommeranno a 35-38 mila. L’Agenzia delle NU per i rifugiati (UNHCR) non spinge ancora questi ultimi al rientro, fornisce tuttavia molto spesso assistenza a chi rimpatria. Prevedendo necessità sempre maggiori,, l’UNHCR ha in progetto di aprire a Baghdad sei Centri di assistenza al rientro. Oltre a provvedere alle necessità dei rifugiati, l’UNHCR è impegnata in vasti progetti che riguardano quasi 3 milioni di sfollati interni iracheni.
Indipendentemente dalla velocità con cui miglioreranno le condizioni in Iraq, la risoluzione di questo esteso sfollamento richiederà anni. Nel frattempo, spesso l’esilio è vissuto in condizioni assai difficili. Molti iracheni sono fuggiti dalle proprie case perché esposti a violenze estreme o a traumi che hanno lasciato in loro segni durevoli. Per questa gente la prospettiva di un rientro, quando non è inaccettabile, si propone troppo tardi. Ed è proprio a questi rifugiati, e ad altri particolarmente vulnerabili nei rispettivi paesi ospitanti, che va sempre di nuovo offerta la possibilità di un reinsediamento negli Stati Uniti o in un altro paese disposto a dar loro immediata protezione. Il reinsediamento, tuttavia, riesce a risolvere solo in piccola parte il problema, e le prospettive di una integrazione a livello locale sono limitate.
Con il passare del tempo, buona parte dei rifugiati iracheni ha bruciato tutte le risorse portate con sé dall’Iraq. A differenza dei rifugiati che si trovano in altre situazioni, quelli mediorientali non vengono assistiti in campi rifugiati, bensì devono arrangiarsi per proprio conto. Una situazione che offre dei vantaggi: non pochi rifugiati preferiscono la libertà di movimento che la vita in un ambiente urbano offre. Ad ogni modo, rischiano anche di precipitare in una sempre più drammatica povertà e hanno difficilmente accesso ai servizi di base.
Bisogna quindi che gli Stati Uniti e gli enti assistenziali e agenzie umanitarie non prendano anzitempo il miglioramento delle condizionbi in Iraq come motivo per ridurre la protezione e l’impegno assistenziale riservati ai rifugiati iracheni che si trovano fuori dal proprio paese. Al contrario, la situazione dei rifugiati iracheni permane fortemente critica, tale da richiedere un raddoppiato impegno nell’identificazione e assistenza alle famiglie e ai singoli soggetti vulnerabili all’interno di più ampie comunità di rifugiati, fintanto che non si raggiunga una soluzione durevole alla loro situazione.
All’interno dell’Iraq, gli sforzi più immediati devono, ovviamente, mirare ad aiutare il crescente numero di sfollati iracheni a fare ritorno a casa. Ciò implica aiutarli a sopravvivere nella fase di transizione, risolvere le dispute sulle proprietà, impegnarsi nell’opera di riconciliazione comunitaria, prestare assistenza alla ricostruzione delle unità abitative e delle infrastrutture materiali, nonché ripristinare condizioni di sussistenza. In taluni casi, gli sfollati potrebbero non voler fare ritorno in zone dove hanno subito violenze o sono vissuti sotto la minaccia di violenze da parte di altre fazioni etniche. Nella misura in cui ciò si verifichi, il governo dovrà aiutare queste persone a stabilirsi in altri luoghi in modi tali da non violare i diritti sulla proprietà di altri soggetti che cercano di ritornare a casa.
Nel lungo termine, ci si deve aspettare che agli sfollati che rientrano si uniranno masse sempre più folte di rifugiati che intendono ritornare a casa. I programmi di reintegrazione ora in atto possono beneficiare altrettanto bene chi rientra dall’estero, in quanto analoghe saranno le esigenze fondamentali di questo gruppo in fatto di sicurezza, assistenza materiale e legale, e di riconciliazione comunitaria. Nel risolvere a lungo termine la situazione dei rifugiati, tornerà utile al governo statunitense fornire al governo iracheno un sostegno solido che comprenda una guida di natura tecnica e le risorse necessarie a istituire robuste strutture in grado di rispondere alle necessità sia degli sfollati che dei rifugiati che ritornano a casa. A questo fine, bisogna che il governo USA attraverso l’Agenzia per i rifugiati, l’Ufficio per la popolazione, i rifugiati, e gli immigrati, la sua Agenzia di aiuti umanitari a breve termine, l’Ufficio di assistenza nei disastri all’estero e il suo ramo deputato allo sviluppo USAID, lavori senza posa e di comune accordo lungo tutto il periodo di transizione portando le varie esperienze e competenze nonché le risorse, in modo da sostenere costantemente lo sforzo del governo iracheno a supporto del rientro.
Gli iracheni all’estero osserveranno attentamente la situazione dei propri fratelli e sorelle sfollati all’interno del loro paese, per decidere se e quando rientrare in patria. Se da un lato sono sempre più fiduciosi che ciò sia possibile, va detto anche che gli USA devono davvero dar prova di essere gli alleati più affidabili dell’Iraq quando si tratta di riportare a casa sia gli iracheni, sia gli stessi americani.
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