Il 19 dicembre 2009, 20 richiedenti asilo uighuri, registrati presso le autorità governative e l’Agenzia delle NU per i rifugiati (UNHCR), sono stati condotti in questa “casa sicura”. Due giorni dopo sono stati rispediti con la forza in Cina. La Cambogia non è stata per loro la salvezza (Phnom Penh, Cambogia, ABC)
Phnom Penh, Bangkok, 1° settembre 2010 – La popolazione di rifugiati urbani presente in Cambogia è costituita da persone giunte da ogni angolo del mondo. Iran, Iraq, Afghanistan, Birmania, Sudan, Cina e Vietnam non sono che alcuni paesi da cui provengono i rifugiati che vivono a Phnom Penh. La permeabilità dei confini e il fatto che la Cambogia abbia sottoscritto la Convenzione sui rifugiati del 1951 sono i motivi più comuni che i rifugiati adducono a giustificazione della richiesta di asilo in questo paese.

In Cambogia il quadro giuridico contempla una protezione di base ai rifugiati urbani.  Qui, tuttavia, questa popolazione si scontra con una serie di difficoltà tipiche di questo paese.

In primo luogo, le istituzioni governative sono relativamente deboli e di conseguenza si hanno notevoli vuoti nell’applicazione della legge. Questo problema è comune a gran parte dei ministeri e agenzie governative, compreso il Ministero per l’immigrazione e l’Ufficio per i rifugiati.

Secondariamente, il contesto sociopolitico in cui ha luogo la determinazione dello status giuridico dei rifugiati e in cui questi vivono è in continuo mutamento.

In terzo luogo, la Cambogia non ha sempre assicurato la medesima protezione ai rifugiati, fatto che è balzato all’attenzione internazionale nel dicembre scorso, quando 20 richiedenti asilo uighuri sono stati rispediti con la forza in Cina.

Il JRS lavora a Phnom Penh da quasi 15 anni, fornendo assistenza diretta ai rifugiati. L’ufficio di fa carico della rappresentanza legale individuale oltre che dell’assistenza umanitaria e di emergenza generalmente in favore di persone indirizzategli dal Ufficio cambogiano per i rifugiati o dall’Agenzia delle NU per i rifugiati (UNHCR), ma anche di quanti vi si rivolgono direttamente.

La maggior parte dei rifugiati qui non vede la permanenza in Cambogia come una soluzione a lungo termine per sé e per i propri familiari: molti aspirano a essere reinsediati in paesi come gli Stati Uniti o l’Australia, ma scoprono ben presto che la cosa si fa sempre più difficile.

Dei tanti rifugiati che si rivolgono all’UNHCR, solo una minima parte viene raccomandata per il reinsediamento in paesi terzi. L’UNHCR ritiene che la Cambogia, in quanto firmataria della Convenzione sui Rifugiati e avendo una propria legislazione in fatto di rifugiati, disponga di un adeguato quadro giuridico per fornire sufficiente protezione ai rifugiati urbani.

Tenuto conto di ciò, il JRS incentra ora la sua azione nel rispondere alle necessità a lungo termine dei rifugiati, aiutandoli a divenire autosufficienti. Per esempio, facilita l’istituzione di piccoli workshop formativi attraverso cui le donne acquisiscono le competenze che le aiuteranno a trovare lavoro a Phnom Penh.

Permane comunque l’interrogativo se i rifugiati siano in grado di divenire autosufficienti in Cambogia.

La Cambogia è uno dei paesi più poveri dell’Asia del Pacifico. Situata al 173° posto nella graduatoria dell’Indice di sviluppo umano – vale a dire, tra la Repubblica Democratica del Congo e la Birmania – la Cambogia riesce a malapena a provvedere ai propri cittadini. Se la vita è già difficile per il cambogiano medio, per un rifugiato che viva in questo contesto è oltremodo dura.

Mohammed, rifugiato iraniano, vive a Phnom Penh: qui non ha famiglia e pochissimi amici. Solo, conduce una quotidiana battaglia per la sua già instabile salute mentale, minacciata dall’ansia e dalla depressione. Impresa davvero ardua, visto che Mohammed è disoccupato, e quindi annoiato e improduttivo, con tanto tempo per pensare ai suoi guai.

Senza soldi né prospettive di lavoro, Mohammed vive alla giornata con il piccolo sussidio che gli passa l’UNHCR. Difficile immaginare come potrebbe diventare autosufficiente partendo da questa situazione.  Mancando un’assistenza sociale di stato, la maggior parte delle famiglie povere cambogiane si affida ai prestasoldi, contraendo debiti privati attraverso i social network. In Cambogia, per ottenere condizioni eque è importante essere addentro al contesto locale e avere una rete di relazioni: i rifugiati come Mohammed non possono contare né sull’uno né sull’altra, e questa emarginazione costringe lui come gli altri a dipendere dall’UNHCR e dal JRS per l’assistenza sociale.

Resta da vedere se in Cambogia i rifugiati possano effettivamente diventare autosufficienti. Intanto, per loro più pressante è il problema della sicurezza. Tenuto conto della discontinuità con cui la Cambogia ha protetto i rifugiati, riesce difficile  dare credito all’affermazione che il governo sarebbe in grado di garantire loro la sicurezza di cui hanno bisogno.

Nel 2002, due persone che praticavano il Falun Gong sono state ricacciate con la forza dalla Cambogia in Cina; altre in attesa del riconoscimento dello status di rifugiati sono state espulse in Vietnam; e nel dicembre 2009, venti richiedenti asilo uighuri, già registrati presso le autorità governative e l’UNHCR, sono stati rispediti con la forza in Cina.

La Cambogia ci insegna che, in assenza di una precisa volontà politica, la legge non assicura protezione. La storia recente ha dimostrato ancora una volta che in questo paese gli obblighi verso i rifugiati imposti dalla Convenzione e dalla sua stessa giurisprudenza  riguardante i rifugiati passano in secondo piano di fronte agli interessi di natura geopolitica.

Se da un lato l’attuale realtà politica farebbe intendere che i rifugiati provenienti da determinati paesi sono sicuri in Cambogia, qui il contesto geopolitico è in continuo divenire, per cui chi oggi non rischia il ritorno forzato, domani potrebbe non esserne altrettanto certo.

Finché l’UNHCR non darà prova che la Cambogia risponde alle esigenze fondamentali di protezione dei rifugiati, sarà d’obbligo continuare a raccomandare il loro reinsediamento in paesi terzi, non essendo per loro possibile in quel paese un’esistenza dignitosa in condizioni di sicurezza.

Taya Hunt, responsabile del JRS Thailandia per le questioni legali

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