In un posto in cui l’impunità è dilagante, le incombenze più quotidiane possono facilmente diventare una questione di vita o di morte per le donne esposte a violenza sessuale. (Peter Balleis SJ/JRS)
Goma, 8 Marzo 2012 – Per commemorare la Giornata Internazionale della Donna, Danilo Giannese del JRS Grandi Laghi descrive il dilemma davanti a cui si trovano le donne nel Congo orientale, costretta a rischiare la violenza sessuale per sbarcare il lunario. Dare un contributo per mettere fine a questo inaccettabile clima di brutalità è la priorità del JRS che opera nella regione per il 2012.

Una mattina come un'altra, Blandine*, una donna di 29 anni che vive in un campo per sfollati interni (IDP), lascia la sua capanna fatiscente nel villaggio di Mweso per cercare cibo e legna per il fuoco.

Come succede a molte altre donne, Blandine non può essere accompagnata da suo marito; lui esce per andare al lavoro la mattina presto e non rincasa fin dopo il tramonto. Blandine deve camminare per diversi chilometri sotto il torrido sole congolese.

Finalmente trova quello che cercava e inizia a tornare verso casa. Sulla via del ritorno pensa che almeno potrà presto sfamare i suoi tre bambini. Improvvisamente, cinque uomini armati le bloccano il passo. Iniziano a deriderla e spintonarla, finché non cade a terra. Poi, uno ad uno, abusano di lei.

"Quando finalmente sono andati via, non sapevo se fossi viva o morta. La mia faccia era bagnata di lacrime, ma non volevo che nessuno mi vedesse. Mi vergognavo di quello che mi era successo", racconta Blandine.

Fortunatamente, sapeva cosa fare – andare all'ospedale entro 72 ore per ricevere le cure necessarie: pillole per chi teme di essere stato esposto al rischio di contrarre HIV. Ma non può dire a suo marito cosa è accaduto, per paura che lui la disonori, la cacci da casa e metta la sua famiglia contro di lei.

Gli uomini spesso accusano le donne di essere responsabili degli abusi sessuali che subiscono, oppure le accusano di aver avuto un amante. In questo caso, Blandine sarebbe sta probabilmente emarginata anche dagli altri abitanti del campo. Dopo il calvario dello stupro subito, sarebbe stato solo l'inizio di ulteriori sofferenze. Ma non poteva recarsi in ospedale senza l'aiuto del marito; è troppo lontano per recarvici senza un mezzo di trasporto privato.

"Per farmi accompagnare da mio marito, ha finto di avere delle convulsioni. Il dottore gli ha chiesto di aspettare fuori e a quel punto mi ha potuto dare le medicine. Se le avessi prese a casa, mio marito avrebbe capito immediatamente cosa era accaduto. Tutti gli uomini qui sanno bene che aspetto hanno e di che colore sono queste pillole per l'HIV", spiega Blandine.

La violenza sessuale e di genere (SGBV) è una tremenda fonte di sofferenza in RDC, tanto che il Paese è noto come la capitale mondiale dello stupro. Secondo uno studio recente, ogni ora 48 donne e ragazze sono vittime di questo tipo di violenza.

La situazione è molto peggiore nelle province di Kivu, nel Congo orientale, un'area caratterizzata dalla presenza di gruppi armati locali e stranieri e da un gran numero di migranti forzati. Nel solo Kivu Nord vivono oltre 500mila sfollati interni, il 25% del totale del Paese.

I perpetratori di violenze sessuali o di genere possono essere ribelli e soldati dell'esercito regolare, ma talora sono anche civili o persino altri sfollati interni che vivono nei campi. Le loro vittime – donne, ragazze e persino bambine – restano segnate da indelebili cicatrici fisiche e psicologiche.

Uno dei maggiori ostacoli alla riduzione di violenze sessuali o di genere in Congo è la crescente impunità per i responsabili. Anche se il Paese ha introdotto una delle più severe legislazioni al mondo sulla violenza sessuale – prevedendo da 5 a 20 anni di detenzione, che vanno raddoppiati nel caso che il colpevole appartenga alle forze armate –pochi colpevoli sono stati effettivamente condannati.

In queste circostanze, le vittime di violenza sessuale e di genere preferiscono tacere e scelgono di non denunciare ciò che subiscono. Sperano così di evitare ritorsioni dai loro aggressori nel caso che il loro crimine rimanga impunito.

Mettere fine a una pratica orribile

Mettere fine all'impunità per i colpevoli di violenze sessuali o di genere è una priorità assoluta nel Kivu Nord. Tutti dovrebbero collegare l'idea di violenza sessuale e di genere con punizioni esemplari; chi commette atti di violenza sessuale dovrebbe finire effettivamente in carcere.

Solo quando la comunità internazionale, e in particolare i governi di Stati Uniti e Unione Europea, faranno pressione sulle autorità congolesi per applicare davvero le leggi sull'abuso sessuale questa pratica di impunità diminuirà. Un primo passo potrebbe essere legare l'assistenza allo sviluppo da parte dei principali donatori alla riduzione dell'impunità.

Inoltre si dovrebbe aumentare il lavoro di sensibilizzazione sul problema attraverso l'offerta di servizi educativi formali e informali per le comunità di sfollati interni. Si deve dare maggiore supporto alle ONG e alle comunità locali per l'organizzazione di campagne nei villaggi e nelle scuole per accrescere la consapevolezza dei diritti umani in generale e sulla legislazione sulla violenza sessuale in particolare. È necessario maggior sostegno concreto per chi lavora direttamente con le vittime di violenza sessuale e di genere, oltre a istruzioni pratiche su cosa fare in caso di aggressione.

Il risultato della lotta contro l'impunità dipende, in primo luogo, dalla volontà politica delle autorità congolesi. Educare il popolo a opporsi a ogni forma di violenza con ogni mezzo a disposizione è un obiettivo concreto che può essere ottenuto con l'impegno quotidiano, alimentato dalla passione e dalla speranza. Il JRS ci crede fermamente e continuerà a sostenere i popoli di questa sempre più dimenticata regione dell'Africa.

Danilo Giannese, Advocacy e Comunicazione, JRS Grandi Laghi

*Il nome è stato cambiato per motivi di privacy e di sicurezza


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