"In strada è normale essere apostrofati "Cioccolato", "Abu Samra" o con altri epiteti razzisti. Quando lo fanno con me non mi importa, ma mi arrabbio se sono i miei bambini a soffrirne", racconta Iman, una donna sudanese.
Un giorno, Iman ha visto il figlio cospargersi le braccia di farina. Quando gli ha chiesto cosa stesse facendo, il bambino ha risposto: "Ora sono bianco anch'io".
Una volta riconosciuto dall'UNHCR lo status di rifugiati, i sudanesi possono avere accesso ai servizi di protezione e assistenza tra cui l'istruzione pubblica, che è uno dei più importanti. Molti bambini sudanesi però continuano a subire episodi di razzismo da parte degli insegnanti e dei compagni.
"I miei figli tornano a casa in lagrime quasi ogni giorno, e alcuni dei loro insegnanti li chiamano ‘Negretti'". Da uno studio condotto con la partecipazione di uomini e donne sudanesi che beneficiano dei servizi del JRS ad Amman, si evince come, trattandosi di un gruppo etnico minoritario di rifugiati, la loro quotidianità è afflitta dalla paura e dalla discriminazione.
Includere i sudanesi. Dal settembre 2011, il JRS è sempre più in contatto con sudanesi in condizioni di vulnerabilità nonché con alcuni somali, che in Giordania costituiscono in un certo senso una popolazione rifugiata negletta.
Espandere le attività del JRS ad includere sudanesi e somali è stato un processo che ha richiesto pensiero creativo, impegno e accettazione da parte del personale del JRS, dei volontari e della comunità rifugiata di iracheni, più stabilmente insediata.
Nonostante le sfide logistiche e culturali, Colin Gilbert, direttore del JRS Giordania, è ottimista al riguardo.
"Dopo aver individuato i rifugiati sudanesi che vivono in Giordania in situazione di abbandono, abbiamo toccato con mano la differenza e compreso la necessità impellente di aprire loro le porte accogliendoli; scelta che ha avuto un impatto positivo sul nostro personale e su tutta la comunità di rifugiati con cui già operiamo", ha spiegato con entusiasmo.
Rispondere alle necessità dei rifugiati. Ciò di cui ci hanno detto avere più bisogno erano corsi di lingua inglese, quindi in risposta a questa richiesta il JRS ha istituito corsi serali tenuti da volontari. Al momento, li frequentano due volta a settimana quasi 120 rifugiati sudanesi e alcuni Somali.
Uno sforzo congiunto è stato fatto per raggiungere le donne sudanesi, spesso analfabete tanto in inglese quanto in arabo. Incoraggiarle a frequentare i corsi significa far partecipare anche i bambini, il che consente loro di essere partecipi ad attività educative in un contesto sicuro e amichevole.
"Vedere queste donne partire da zero e imparare a scrivere parole e semplici frasi è un'esperienza davvero toccante", racconta uno degli insegnanti volontari.
I corsi serali sono frequentati per l'80% da sudanesi, l'8% da somali, e per il resto da iracheni e siriani.
Con il crescere delle violenze, un numero sempre maggiore di sudanesi cerca asilo nei paesi vicini. L'agenzia delle NU per i rifugiati (UNHCR) stima che a partire dal giugno 2011 siano sfollate decine di migliaia di civili. Qui in Giordania, si sono registrati presso l'UNHCR e beneficiano dei servizi meno di 746 richiedenti asilo e rifugiati sudanesi.
Una volta registrati, ricevono documenti che dovrebbero proteggerli dall'espulsione e da problemi con la polizia locale, anche se spesso le cose vanno diversamente.
Mohammedin, da lungo tempo in Giordania e membro di spicco della comunità sudanese, viene spesso chiamato come mediatore quando qualcuno viene arrestato dalla polizia.
"Si tratta della convergenza di due fattori: un po' è la polizia che non sempre comprende i diritti di chi è in possesso di documenti rilasciati dalle NU, dall'altro lato si tratta semplicemente di discriminazione contro i sudanesi", spiega un dipendente del JRS.
Un popolo dimenticato. Molti sudanesi lamentano il fatto di essere esclusi dai servizi delle ONG estesi agli iracheni e, più di recente, ai siriani. Purtroppo, i benefattori hanno destinato alcuni fondi a popolazioni rifugiate specifiche.
"L'attenzione dei media e l'importanza strategica del Medio Oriente fanno sì che molte donazioni vadano agli iracheni. Il conflitto in corso nel Sudan è stato in pratica accantonato, pur continuando i sudanesi ad arrivare in Giordania", racconta Jen Compton, una delle prime volontarie del programma di corsi serali del JRS.
E Yusuf, giovane sudanese che lavora 12 ore al giorno e la sera frequenta i corsi, dice che "anche se non si tratta di razzismo, lo viviamo pur sempre come un'altra forma di discriminazione nei nostri confronti".
Non essendo peraltro la Giordania tra i firmatari della convenzione delle NU sui rifugiati del 1951, i richiedenti asilo che entrano nel paese sono accolti come ospiti, ma non hanno diritto ad accedere legalmente al mercato del lavoro. Nel caso dei sudanesi, questi vengono considerati dall'UNHCR richiedenti asilo e raccomandati per il reinsediamento in paesi terzi qualora si ritenga necessitino di protezione internazionale. Nel frattempo però, molti rifugiati trovano lavori manuali giornalieri per guadagnarsi da vivere.
"Non è una situazione ideale. Lavoriamo duramente tutto il giorno, ci trattano male e alla fine della giornata ci ritroviamo addirittura a dover lottare per essere pagati" racconta Yusuf.
Con due milioni di rifugiati palestinesi e centinaia di migliaia di iracheni e siriani, verosimilmente la situazione non cambierà tanto velocemente. I team del JRS cercano di trovare diversi modi per aiutare i rifugiati sudanesi a far fronte alla discriminazione da un punto di vista psicologico e promuovere migliori rapporti con la popolazione ospitante. Per il momento, l'unica soluzione durevole e dignitosa è il reinsediamento negli Stati Uniti e in Europa occidentale. Purtroppo, però, si tratta di opportunità numericamente scarse e diluite nel tempo.
Zerene Haddad, responsabile per la comunicazione del JRS Medio Oriente
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