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Studenti somali, iracheni, siriani e giordani discutono l'argomento della loro tesina con un insegnante volontario della scuola del JRS di Ashrafiyeh. (Zerene Haddad/JRS).
Amman, 30 ottobre 2012 – Sarebbe facile confondere Ashrafiye, situata in un quartiere tranquillo sulla cima di una collina, con una scuola qualunque di Amman est. Ma sono pochi gli studenti che parlano la stessa lingua o che appartengono alle stesse tradizioni religiose e culturali. La maggior parte di loro è stata costretta a fuggire dalla guerra e a sopravvivere ai margini della società. Hanno bisogno di essere aiutati e di tenersi occupati. Questo è l'approccio scelto dagli insegnanti della scuola del JRS in Giordania.

"Non vogliamo insegnanti che si limitano a fare lezione e andarsene. Io dico ai miei insegnanti che prima devono conoscere davvero gli studenti e rispettarli e che solo dopo possono insegnare loro qualcosa. L'accompagnamento è la prima cosa", dice Falah Matti, rifugiato iracheno e direttore della scuola.

La scuola a sede presso una scuola greco-cattolica, che funziona come scuola pubblica di mattina. Dal 2009, il JRS tiene qui dei corsi pomeridiani. Quattro giorni a settimana, dei pullman gialli accompagnano alla scuola rifugiati e studenti della comunità locale da ogni parte della città.

Le lezioni si tengono di pomeriggio e di sera. Le lezioni del pomeriggio di solito sono frequentate da iracheni, siriani e giordani. La sera invece vengono somali e sudanesi, che per lo più di giorno sono occupati perché fanno, informalmente, quei lavori che altri rifiutano di svolgere.

Lo staff comprende 30 insegnanti volontari. Insegnano lingua inglese, conversazione e informatica. Dato che molti degli insegnanti sono rifugiati, non hanno la possibilità di svolgere lavori retribuiti; è un grande cambiamento per una persona come Abu Hassan, che prima di fuggire dall'Iraq era preside di una scuola.

Affrontare il cambiamento. Negli ultimi tre anni il numero di studenti è aumentato da 35 iracheni a 600 frequentanti, soprattutto donne, che arrivano da molti Paesi, tra cui Iraq, Giordania, Siria, Somalia e Sudan. In tre anni oltre 3.000 studenti hanno completato con successo i corsi e hanno ottenuto il diploma.

La rapida crescita della scuola è un chiaro segno non solo della domanda di istruzione, ma anche del successo di questa esperienza. Molte scuole offrono corsi di formazione professionale, ma sono costose e non garantiscono nessuno standard di qualità.

"Abbiamo una buona reputazione… Il numero di studenti è aumentato senza che facessimo alcuna pubblicità. Rispettiamo alcune regole, scegliamo attentamente gli insegnanti e offriamo un ambiente accogliente", dice il sig. Matti, che i suoi amici e studenti chiamano Abu (padre di) Hassan, un titolo che mostra il rispetto che hanno per lui.

Con Abu Hassan, la scuola celebra il suo successo e tiene presente il punto di vista degli studenti.

Quelli che completano i corsi con successo ricevono un attestato e viene organizzata per loro una festa. Inoltre a tutti gli studenti viene chiesto di dare suggerimenti e pareri sulla qualità delle lezioni.

"Chiediamo loro di riempire un questionario alla fine di ogni anno. I risultati sono presentati a tutti, in modo che capiscano che la loro opinione per noi è preziosa e che la rispettiamo. Rafforza la loro autostima", spiega Abu Hassan.

Integrazione. Un rapido sguordo a questo eterogeneo gruppo di studenti che si trovano insieme – chiacchierando, facendo amicizia, imparando cose nuove – dimostra la validità di questo approccio.

Quando la campanella suona e gli studenti si radunano in cortile a giocare a calcio, a gustare un caffè arabo o anche solo a chiacchierare, l'atmosfera di amicizia è evidente. La sera, le classi sono affollate di studenti, giovani e anziani. I più piccoli sono intrattenuti nella sala dedicata a loro al piano terra, mentre le madri frequentano le lezioni.

"Insegnamo agli studenti che apparteniamo tutti a un'unica famiglia umana. La politica e la religione sono argomenti sensibili. Non li evitiamo, ma ogni volta che gli studenti ne parlano, devono farlo con un atteggiamento di reciproco rispetto. Si può esprimere opinioni personali, ma chiunque inizi un diverbio, fisico o anche solo verbale, deve andarsene," spiega Abu Hassan.

Incertezza. Nonostante il successo, la percentuale di abbandono dei corsi è molto alta, il 35%. L'incertezza delle condizioni di vita dei rifugiati rendono molto difficile offrire servizi.

Il reinsediamento in un Paese terzo, come Australia, Canada o Stati Uniti, è il principale motivo di abbandono. Abu Hassan lo sa fin troppo bene, dato che oggi la sua famiglia è sparpagliata in tutto il mondo: le sue figlie sono in Australia e in Grecia e suo figlio vive in Germania. Invece lui e sua moglie sono ancora in Giordania, in attesa di reinsediamento.

Altri abbandonano perché trovano un lavoro, oppure si iscrivono a attività sponsorizzate dalle Nazioni Unite, come corsi professionali per cui ricevono una indennità di frequenza.

"Molti studenti sono stati reinsediati. Alcuni rimangono in contatto, chiamano o mandano mail", dice Abu Hassan.

Ashrafiyeh restituisce un senso di normalità alla vita dei rifugiati: anche se alcuni studenti frequentano solo per un breve periodo, gli effetti positivi dal punto di vista sociale e educativo perdurano per un certo tempo.

Angelika Mendes, Coordinatore per il fundraising, JRS Internationale

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