Europa: la detenzione generalizzata per gli immigrati non produce i risultati attesi
26 ottobre 2012

Un centro di primo soccorso e accoglienza sull'isola italiana di Lampedusa. Questo centro è stato chiuso alla fine di luglio 2007 e sostituito con uno nuovo a partire da agosto (UNHCR/A. Di Loreto)
Il punto di partenza è il diritto del migrante alla sua libertà. I governi e le ONG dovrebbero lavorare insieme per sviluppare alternative che rispettino questa condizione, mantenendo l'efficienza delle procedure relative all'immigrazione.
Bruxelles, 26 ottobre 2012 – La detenzione nelle politiche migratorie è nella maggior parte dei casi non necessaria, perché i governi potrebbero usare invece alternative più umane e economiche, sostiene il JRS Europa nella sua posizione sulle alternative alla detenzione degli immigrati, recentemente adottata.

Nella posizione in questione, il JRS Europa definisce in senso lato le alternative alla detenzione come "qualunque politica, pratica o misura legislativa che permetta a richiedenti asilo e migranti di vivere nella comunità", nel rispetto dei diritti umani fondamentali al movimento e alla libertà individuale.

"La nostra nuova posizione ribadisce che la detenzione dovrebbe essere una misura gravissima e eccezionale, che dovrebbe essere adottata molto raramente. I governi dovrebbero poter gestire le procedure amministrative che riguardano i migranti lasciando che vivano nella comunità e senza ricorrere alla detenzione, che causa molta sofferenza a chi la vive", afferma Philip Amaral, responsabile per l'advocacy del JRS Europa.

"Quando si tratta di alternative non si può usare un approccio che vale per tutti i casi", spiega Amaral. "Il punto di partenza è il diritto del migrante alla sua libertà. I governi e le ONG dovrebbero lavorare insieme per sviluppare alternative che rispettino questa condizione, mantenendo l'efficienza delle procedure relative all'immigrazione".

Il JRS Europa spera che le ONG possano utilizzare la posizione del JRS come orientamento per il loro impegno sul tema. "Tutti i 14 punti formulati nella posizione si basano sulla ricerca e sull'esperienza. Le ONG potranno servirsene come base per sviluppare progetti pilota e ricerche e per consigliare i governi interessati a esplorare alternative alla detenzione", dice Amaral.

"Speriamo che la nostra posizione possa aiutare le ONG a rispondere alla domanda che viene spesso posta: 'se non si usa la detenzione, cosa si può fare?'"

Una cattiva pratica. Prendiamo, per esempio, la storia di Hadiaa e della sua famiglia, continua Philip Amaral.

Un giorno degli uomini armati hanno invaso il suo villaggio in Iraq e hanno rapito i suoi due figli, di 16 e 18 anni, insieme a altri giovani uomini della zona. Una settimana dopo i due ragazzi sono stati riportati al villaggio e uccisi davanti ai loro genitori. L'esplicita condanna di questa atrocità da parte di Hadiaa le ha causato numerose minacce di morte e la hanno costretta prima a trasferirsi in un altro villaggio con suo marito e le sue due figlie e infine a lasciare l'Iraq da sola con il loro figlio di 12 anni.

Sono arrivati in Irlanda, dove speravano di trovare protezione. Invece Hadiaa è stata arrestata e messa in carcere perché era sprovvista dei documenti giusti. Suo figlio è stato preso dai servizi sociali e affidato al servizio sanitario.

"Perché stanno facendo questo a me, a noi?" ha gridato Hadiaa a un operatore del JRS.

"Mi avevano detto che io e mio figlio saremmo stati al sicuro, che mio marito e le nostre due figlie ci avrebbero raggiunto più tardi. Ma invece io sono in prigione e non so dove tengono mio figlio. Altri due dei miei figli sono in una tomba a Baghdad. Non so dove siano mio marito e le mie due figlie. Voglio solo morire".

Le alternative funzionano. Esperienze già realizzate dimostrano che Hadiaa e suo figlio avrebbero potuto essere trattati diversamente. Il Belgio, ad esempio, non applica più la detenzione alle famiglie di migranti sprovvisti di documenti, ma le ospita in residenze dedicate all'interno della comunità. Le famiglie restano insieme e mantengono la loro privacy mentre ricevano dallo stato assistenza specifica per il loro caso.

La grande maggioranza delle famiglie rispetta i propri obblighi rispetto alle autorità senza bisogno di misure coercitive. Le ONG locali considerano questa esperienza un successo.




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