Bollettino quindicinale dell’Ufficio Internazionale del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati. Propone notizie in sintesi e aggiornamenti sui vari progetti che ci giungono dai nostri collaboratori sul campo.


  Sudan: l'affluenza al referendum raggiunge il 60 percento

 
Sudanesi del sud colgono la storica opportunità di determinare il proprio destino (Reuters)

 
In totale, il JRS sostiene direttamente più di 32.000 tra alunni e studenti rispettivamente di asilo e scuola primaria e secondaria.  

Roma, 14 gennaio 2010 – Secondo i funzionari del partito di governo Sudanese People's Liberation Movement (SPLM), l'affluenza al referendum ha raggiunto il 60%, percentuale richiesta per convalidare i risultati del voto sull'autodeterminazione.

Sebbene non siano state comunicate cifre ufficiali, si ritiene che le stime siano basate sulle dichiarazioni di voto dei primi tre giorni della lunga settimana elettorale che ha avuto inizio il 9 gennaio.

Le cifre ufficiali sull'affluenza, così come i risultati provvisori, non saranno disponibili prima dell'inizio di febbraio. Se gli elettori sceglieranno l'indipendenza, il 9 luglio del 2011 il Sud Sudan potrebbe diventare la nazione più giovane del continente.

Stando alle informazione giunte dalla regione autonoma, la consultazione elettorale si è svolta in maniera relativamente pacifica e queste prime elezioni democratiche hanno visto milioni di persone recarsi ai seggi.

Un episodio di violenza si è tuttavia registrato nella regione ricca di petrolio di Abyei dove, poco prima delle elezioni, un convoglio di civili del sud è stato attaccato mentre tornava a casa. Le NU hanno intensificato i controlli nella zona di Abyei dove, dal 7 gennaio, 30 persone hanno perso la vita negli scontri.

L'agenzia di stampa Reuters ha riferito che nel nord del paese un alto funzionario sudanese ha definito il referendum perlopiù corretto affermando che il suo partito accetterebbe un'eventuale secessione - il gesto più conciliante giunto finora da Khartoum.

Ricostruire il Sud Sudan

Il JRS opera nel Sud Sudan dal 1997, al servizio degli sfollati. Attualmente gestisce quattro programmi nella regione autonoma, vale a dire a Lobone, Kajo Keji, Nimule e Yei.  

In totale, il JRS sostiene direttamente più di 32.000 tra alunni e studenti rispettivamente di asilo e scuola primaria e secondaria, fornisce formazione a insegnanti e impiegati statali, e sostiene la promozione dell'istruzione femminile. I team finanziano inoltre la distribuzione di materiali didattici e sovrintendono alla costruzione di scuole.

Nel Sud Sudan, il rimpatrio e la ricostruzione procedono fin da quando si è conclusa la guerra civile (1983-2005) tra il governo di Khartoum e il Sudan People's Liberation Army (SPLA) con la firma nel 2005 dell'Accordo globale di pace (CPA).

Durante il conflitto sono rimaste uccise oltre due milioni di persone e quattro milioni sono state sfollate in Sudan. Fuori dal paese vivono quasi 500.000 rifugiati. Alla fine del 2009, avevano fatto ritorno a casa più di 325.000 rifugiati sudanesi. Sebbene la maggior parte di loro sia ottimista circa il futuro, le sfide che si trovano di fronte sono enormi.



Sri Lanka: sfollati e rientrati necessitano di protezione

 
Dopo quasi due anni, gli sfollati stanno ancora soffrendo, Mannar, Sri Lanka (Peter Balleis SJ/JRS)

 
Nel 2010, la mancanza di fondi ha impedito alle agenzie di bonifica di tenere il passo con il ritmo veloce dei rientri che si era avuto sin dalla fine del 2009.  

Roma, 14 gennaio 2011 – Secondo un rapporto del Centro di monitoraggio sullo sfollamento, sebbene siano oltre 190.000 le persone tornate alle loro abitazioni, queste necessitano sempre ancora di protezione e assistenza.

Inoltre, alla fine dell'anno scorso, più di 320.000 persone che erano fuggite prima e dopo il 2008 a causa del conflitto armato erano ancora sfollate nello Sri Lanka.

In due, tre anni, gli sfollati sono stati circa 100.000, di cui 26.000 si trovano in campi temporanei nei distretti di Vavuniya e Jaffna, 71.000 vivono presso famiglie ospitanti e 18.000 in campi transitori nei rispettivi distretti di origine. Altri 227.000 sono stati sfollati per più di tre anni, di cui 70.000 provenienti da zone dichiarate ad alta sicurezza.

Molte di queste zone ad alta sicurezza nel nord e nell'est sono rimaste attive nonostante la disfatta, nel maggio 2009, dei ribelli tamil dell'LTTE ad opera delle forze di governo; e quanti risiedono in queste aree non hanno ricevuto alcuna informazione su quando avrà termine l'occupazione militare.
Inoltre, prosegue il rapporto, nel budget di governo le spese militari rimangono una priorità, e il denaro per il sostegno agli IDP e ai rientrati è davvero poco. Al contempo, le agenzie umanitarie che forniscono assistenza e protezione devono far fronte a mancanza di fondi e restrizioni nell'accesso.

Mine terrestri e servizi

Fino a quando, alla fine del 2009, non hanno avuto inizio le operazioni di bonifica, la contaminazione delle aree colpite dal conflitto con mine terrestri e ordigni inesplosi (UXO) è stata un ostacolo al rientro degli IDP. Nel 2010, la mancanza di fondi ha impedito alle agenzie di bonifica di tenere il passo con il ritmo veloce dei rientri che si era avuto sin dalla fine del 2009.

Di conseguenza, l'accesso alle forniture alimentari, ai servizi sanitari, alle strutture igieniche, alle opportunità di sostentamento, all'istruzione e ai trasporti è stato limitato in molte aree circostanti i villaggi interessati dai rientri.

Tuttavia, la situazione non è buona neppure nei campi, dove l'igiene è scarsa e l'assistenza sanitaria e i servizi educativi sono carenti. L'assenza di ricoveri e abitazioni stabili è un problema sia nei campi sia nelle aree di rientro, e non c'è una struttura per la risoluzione dei conflitti relativi alla proprietà terriera e abitativa tra diversi IDP.



Repubblica Dominicana: devono cessare le deportazioni di massa

 
Per gran parte della società dominicana, la sofferenza degli haitiani è invisibile, (Sergi Camara/JRS)

 
Il JRS ha confermato che fuori dalla capitale, nella regione di Cibao, gli immigrati arrestati vengono rimpatriati immediatamente senza che sia effettuato alcun controllo.  

Santo Domingo, 12 gennaio 2011 – La settimana scorsa, la Repubblica Dominicana ha dato il via al suo primo importante provvedimento restrittivo sui migranti irregolari haitiani dal devastante terremoto dell'anno scorso, effettuando una retata ed espellendo centinaia di persone.

I gruppi per i diritti umani hanno criticato le espulsioni, accusando le autorità di fermare e interrogare le persone in base al loro aspetto fisico.

"Le autorità del caso stanno chiaramente seguendo un profilo razziale nel decidere chi vada posto in stato di detenzione" ha detto Francisco Leonardo, membro del personale del JRS Repubblica Dominicana

Nel 1999, la Repubblica Dominicana ha approvato un protocollo bilaterale che consente a coloro che vengono espulsi di raccogliere i propri averi e di non essere separati dalle proprie famiglie. Il paese ha inoltre accettato di porre fine alle espulsioni dopo il tramonto e nei fine settimana.

I gruppi per i diritti umani temono che i funzionari dominicani provino a breve altre tattiche per radunare i migranti haitiani.

"La prossima sarà il raid di quartiere", ha detto Gloria Amezquita del Servizio dei gesuiti per i rifugiati, che ha anche raccontato alla Associated Press come i funzionari non consentano ad alcuni migranti in detenzione di prendere contatti con i familiari in modo da poter presentare i propri documenti.

Il JRS Repubblica Dominicana ha criticato le espulsioni di massa effettuate in diverse zone della Repubblica Dominicana dal Comitato direttivo per l'immigrazione con la motivazione che si preverrebbe così il diffondersi del colera.

"Queste azioni sono inefficaci nel prevenire l'espandersi dell'epidemia, e minano la supremazia della legge promuovendo attività di identificazione sia della popolazione migrante haitiana sia dei dominicani di origine haitiana" ha affermato il JRS in una sua dichiarazione.

Mancanza di un giusto processo

Il JRS ha condannato la mancanza di giusti processi nel corso delle operazioni di rimpatrio. Nel decidere chi debba essere arrestato, le autorità si basano chiaramente su forme di identificazione a sfondo razziale: il JRS ha osservato numerosi casi in cui le autorità omettono addirittura di controllare i documenti di identità prima di far salire le persone sui pullman e porle in stato di detenzione.

Inoltre, il centro di detenzione di Santo Domingo, dove molti migranti haitiani sono tenuti in attesa dell'espulsione, non rispetta i principi di base dei diritti umani. Le autorità preposte alla detenzione non distribuiscono ai reclusi haitiani cibo a sufficienza, né tengono un registro degli immigrati in detenzione.

Il JRS ha confermato che fuori dalla capitale, nella regione di Cibao, gli immigrati arrestati vengono rimpatriati immediatamente senza che sia effettuato alcun controllo. Essi vengono quindi rimpatriati senza che sia data loro l'opportunità di comprovare di aver avviato il processo di regolarizzazione, di avere una nazionalità incerta o di trovarsi in particolari condizioni di vulnerabilità che dovrebbero essere tenute in considerazione.



Haiti: un anniversario tra sofferenza e speranza

 
Gli haitiani lottano tra le macerie per raccogliere pezzi di ciò che un tempo gli apparteneva, Port-au-Prince, (Sergi Camara/JRS)

 
L'attuale crisi ha gettato un'ombra scura sullo scenario politico di Haiti, con lo stato sempre più incapace di dare risposta alle molte pressanti necessità sociali del paese.  

Port-au-Prince, 12 gennaio 2011 – Un anno dopo il terremoto che ha devastato il loro paese, gli haitiani stanno ancora soffrendo non solo per il dolore di aver perso amici e familiari ma per le deplorevoli condizioni socioeconomiche in cui versano e l'acuta crisi politica che il paese si trova ad affrontare.

Commemorando il primo anniversario del sisma che ha provocato la morte di circa 300.000 persone, il JRS ha chiesto agli attori nazionali e internazionali di intraprendere una valutazione congiunta delle proprie azioni per vedere quali lezioni se ne possano trarre per aiutare a costruire un futuro migliore per Haiti.

Nel novero delle commemorazioni, il JRS ha dedicato una celebrazione eucaristica alle vittime della tragedia. Nei giorni precedenti l'anniversario del 12 gennaio il JRS, in collaborazione con altri gruppi gesuiti, ha organizzato anche una serie di eventi culturali e religiosi che ha intitolato "Haiti: tra sofferenza e speranza".

Uno scenario sempre più desolato

L'attuale crisi ha gettato un'ombra scura sullo scenario politico di Haiti, con lo stato sempre più incapace di dare risposta alle molte pressanti necessità sociali del paese:

  • fornitura inadeguata di servizi sociali di base;
  • incapacità di trasferire il milione circa di sfollati dai campi temporanei a più idonei alloggi a lungo termine;
  • incapacità di rimuovere le macerie causate dal terremoto dell'anno scorso, e
  • fallimento dello stato nel rispondere adeguatamente all'epidemia di colera che ha provocato il decesso di circa 3.400 persone, infettandone altre 157.000.

Va ad aggiungersi il fatto che l'insicurezza e la violenza provocate dalla crisi politica stanno anche ostacolando gli sforzi delle organizzazioni umanitarie che cercano di fornire servizi sanitari, educativi e igienici di base alla popolazione colpita.

Minacce di espulsione alla popolazione sfollata

Centinaia di migliaia di sfollati continuano inoltre a vivere nel timore di essere cacciati dai proprietari terrieri dai campi in cui hanno montato tende e ricoveri temporanei.

"Dove andremo? Cosa faremo?" ha chiesto uno sfollato del campo Automeca, vicino all'aeroporto di Port-au-Prince.

"Il 7 gennaio, abbiamo incontrato rappresentanti del Ministero dell'Interno e funzionari di oltre 20 ONG, ma non ne è risultato nulla di concreto", ha lamentato disperato un rappresentante del campo di Henfrasa, sulla Delmas 33, nei dintorni di Port-au-Prince.

Aumentano ogni giorno le minacce dei proprietari terrieri agli sfollati. Nonostante la Commissione interamericana per i diritti umani abbia raccomandato allo stato haitiano di introdurre una moratoria sulle espulsioni fino a quando il nuovo governo non sarà insediato, la richiesta è rimasta inascoltata.

Una crisi crescente

Dalle controverse elezioni presidenziali e legislative dello scorso novembre, giorno dopo giorno Haiti sprofonda sempre più nella crisi politica.

Alla luce delle accuse di frode e irregolarità nel voto a favore di Jude Célestin, candidato rappresentante l'establishment, 12 dei 19 candidati presidenziali hanno chiesto che le elezioni siano annullate.

Successivamente, i sostenitori di Joseph Michel Martelly, anch'esso candidato alla presidenza, hanno protestato contro i risultati preliminari della prima tornata elettorale resi noti dal Consiglio elettorale provvisorio, che accusano di complicità con il partito di governo. I risultati posizionavano Martelly al terzo posto, portando così alla sua eliminazione dalla seconda tornata elettorale.

Di fronte alla crisi postelettorale, il presidente uscente René Garcia Préval ha chiesto all'Organizzazione degli Stati Americani (OAS) di intraprendere una valutazione tecnica del processo. La pubblicazione ufficiale delle loro conclusioni, basata su un ricalcolo dei voti e un'analisi dei conteggi elettorali precedenti, è attesa nei prossimi giorni.

Purtroppo, tuttavia, non c'è garanzia che la classe politica haitiana, e soprattutto i candidati alla presidenza e lo stesso capo di stato, accettino i risultati della OAS.

Quanto può durare questa crisi postelettorale?

Con tutte queste complicazioni, sembra improbabile che il calendario elettorale, che prevede il completamento della seconda tornata elettorale il 16 gennaio e la nomina del nuovo Presidente il 7 febbraio, sia rispettato.

Questa situazione complicherà ancor più la crisi politica, dal momento che i partiti di opposizione e diversi settori della società haitiana hanno insistito perché il presidente uscente Préval si ritiri in febbraio. Il capo di stato ha dichiarato che, pur essendo disposto a passare le consegne a un nuovo presidente, non intende cedere il passo a un governo ad interim.

A un anno dal terremoto, la ricostruzione di Haiti non è ancora avviata a causa, sì, della mancanza di fondi, ma anche dell'esclusione della popolazione dal processo.

La Commissione ad interim per la ricostruzione (CIRH), presieduta dall'ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, e dal primo ministro Jean-Max Bellerive, è ancora lontana dal conseguire i risultati attesi.



Europa: le politiche confinarie dell'UE portano al collasso i superoberati sistemi di asilo

 
Il legale del JRS Katrine Camilleri aggiorna una cliente rifugiata sul suo caso. Una dei tanti richiedenti asilo che hanno rischiato la vita per raggiungere la sicurezza a Malta (UNHCR)

 
L'UE e i suoi stati membri dovrebbero, come atto di solidarietà con la Grecia, reinsediare quanti da quel paese cercano protezione in altre parti dell'UE.  

Roma, 14 gennaio 2011 – La Grecia ha reso noto che progetta di costruire un muro lungo il confine con la Turchia per fermare l'immigrazione indesiderata.

Secondo la MEP svedese, Cecilia Wikström, si tratta di una linea politica orrenda. Lo scorso dicembre ha visitato la Grecia ed è rimasta scioccata dalla crisi emersa con il collasso dei sistema di asilo. Ad ogni modo, ha fatto presente che costruire un muro non è la soluzione adatta.

La politica comune dell'UE in materia di asilo dovrebbe essere resa effettiva nel 2012. Purtroppo, però, dispute interne stanno causando difficoltà nell'introduzione delle leggi che dovrebbero farla funzionare.

La Commissione e il Parlamento si sono concentrati sulla necessità di rispettare i diritti di asilo e assicurare condizioni umane per i rifugiati, mentre gli stati UE, diretti da Francia e Germania, sono più interessati a fermare i migranti privi di documenti e a difendere le attuali leggi UE sull'asilo che all'introduzione di standard più elevati di protezione.

Il rafforzamento dei controlli ai confini potrebbe mettere a rischio il diritto all'asilo, ha detto ai governi l'agenzia delle NU per i rifugiati (UNHCR), sottolineando come nel 2010 il numero di coloro che cercano di raggiungere l'Europa attraversando il Mediterraneo sia diminuito di quasi tre quarti. Al contempo, invece, è aumentato di quasi cinque volte quello attraverso il confine greco-turco.

Esternalizzazione dell´asilo

La dipendenza da paesi terzi per la gestione dei flussi di asilo ha avuto due conseguenze principali. Per prima cosa, migliaia di migranti africani sono stati bloccati in paesi mediterranei come la Libia, l'Algeria e il Marocco, da dove continuano a cercare di raggiungere l'Europa.

"Questi migranti sono intrappolati dalla politica confinaria europea – non possono entrare e non possono tornare a casa", ha detto il massimo responsabile per l'advocacy del JRS Europa, Stefan Kessler.

Il JRS Europa ha condotto di recente alcune interviste con persone bloccate in Nordafrica, dove vivono in condizioni atroci, prive di ogni diritto.

La seconda conseguenza è il collasso totale del sistema di asilo in Grecia, dove decine di migliaia di richiedenti asilo dormono nelle strade.

In linea con il Regolamento di Dublino, spina dorsale della legge dell'UE sull'asilo, i richiedenti asilo che arrivano in Europa attraverso la Grecia vengono rimandati lì per presentare le loro richieste. Una pratica, questa, che la Wikström vuole sia interrotta introducendo una clausola nel Regolamento di Dublino che sospenda tutti i trasferimenti in paesi, come la Grecia, che non sono in grado di gestire il numero di richieste ricevute.

Secondo Stefan Kessler, "l'UE e i suoi stati membri dovrebbero, come atto di solidarietà con la Grecia, reinsediare quanti da quel paese cercano protezione in altre parti dell'UE", e al contempo chiedere ad Atene di migliorare il suo carente sistema di asilo.



Filippine: sfollati con la forza vogliono essere ascoltati

 
La lotta del vivere quotidiano è impressa sul volto di questa bambina filippina (Foto di Louie Bacomo/ JRS Asia Pacific)

 
La presenza del JRS nelle isole meridionali di Mindanao rappresenta una risposta al tentativo degli IDP di far sentire la propria voce.  

Manila, 13 gennaio 2011 – Chi è sfollato a causa del conflitto in atto nel sud delle Filippine tra le forze governative e il Fronte di liberazione nazionale Moro, deve battersi non soltanto per la propria sopravvivenza, bensì anche per far sentire la propria voce.

Nel corso di un convegno svoltosi quest'anno sul rientro in condizioni di sicurezza degli sfollati (IDP), un collega ha posto in evidenza il fatto che "nel dibattito non compariva il punto di vista degli sfollati su ciò che viene definito rientro sicuro”.

Mentre da un lato il governo era deciso a ripristinare una sembianza di stabilità chiudendo nelle varie città i centri di evacuazione, dall'altro le agenzie spesso hanno preferito definire sicuro questo rientro, facendone un indicatore di successo. Purtroppo, in molti casi i convegni sulla protezione e la sicurezza non annoverano una rappresentanza degli IDP.

La presenza del JRS nelle isole meridionali di Mindanao rappresenta una risposta al tentativo degli IDP di far sentire la propria voce. Nel Maguindanao, provincia della regione di Mindanao, dove è situata la maggior parte dei centri di evacuazione, il JRS e i suoi partner forniscono assistenza agli IDP organizzando e dando loro la possibilità di sottoporre al vaglio delle autorità di governo e delle parti interessate le loro problematiche in fatto di pace e di sicurezza.

Lo scorso giugno, un gruppo di IDP è stato ricevuto dal Segretario del Dipartimento del welfare e sviluppo, cui ha fatto presente le difficoltà esistenti nell'ambito della sicurezza e della protezione. Sulla base delle esperienze fin qui maturate, il JRS ritiene che il processo di dialogo diretto e personale tra le parti in causa costituisca la migliore strategia per far valere le proprie ragioni.

Nella provincia del Lanao, il JRS dà sostegno a 150 gruppi familiari che versano in condizioni di estrema vulnerabilità, aiutandoli ad avviare attività di produzione di reddito nonché dando loro una formazione professionale e aiuti di prima necessità. Ciò consente loro di far meglio fronte al ripetersi degli sfollamenti.

Agli IDP che legittimamente si appoggiano a questi gruppi familiari del circondario anziché vivere nei campi, il governo non riconosce alcuna forma di aiuto. A differenza della provincia di Maguindanao, dove opera una rete di agenzie per lo sviluppo,  in quella di Lanao sono presenti soltanto due ONG internazionali, di cui una è il JRS.

Il conflitto con il Fronte di Liberazione Moro a Mindanao è in atto da ormai un quarantennio e ha determinato lo sfollamento di migliaia di persone. A dispetto dei tanti accordi fin qui sottoscritti, non si è ancora raggiunta una risoluzione pacifica della controversia.

La collaborazione con i partner nello svolgimento delle varie attività sul campo pone in evidenza il processo di apprendimento che il JRS sta compiendo sin dall'inizio del suo lavoro qui nel luglio 2010. Il JRS lavora con il network del Mindanao People's Caucus, con sede a Cotabato City nella provincia di Maguindanao, e con il Ranao Integrated Assistance Programme, ONG musulmana con sede a Marawy nella provincia di Lanao.

Nel suo impegno attuale e nella sua programmazione futura, il JRS continua a basarsi su una serie di criteri nella scelta delle priorità, vale a dire maggiore necessità, presunta maggiore efficacia, dove sono disponibili risorse, dove si trovano pochi gruppi ed esistono gap nell'ambito dei servizi. Prestando orecchio alle richieste degli IDP, il JRS riesce ad aiutarli a meglio comprendere quali sono le loro vere necessità.



  JRS DISPATCHES è inviato dall’Ufficio Internazionale del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, Borgo Santo Spirito 4, 00193 Roma, Italia. Tel: +39-06 689.77.386; Fax: +39-06 688 06 418; Email: dispatches@jrs.net; JRS on-line: http://www.jrs.net; Editore: Peter Balleis SJ; Redattore: James Stapleton; Traduzioni: Carles Casals (spagnolo), Edith Castel (francese), Simonetta Russo (italiano).

[JRS Dispatches Italiano] N. 292
Editor: James Stapleton