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Etiopia: revocato bando all'istruzione a distanza
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Con l'inversione di rotta del governo, il JRS spera di poter offrire a tutti i rifugiati che ne abbiano i requisiti un'istruzione di terzo livello (Peter Balleis SJ/JRS)
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| Proprio mentre il divieto veniva reso inaspettatamente noto, il JRS stava per offrire 30 borse di studio a rifugiati eritrei. |
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Mai-Aini, 29 ottobre 2010 – Il ministero dell'istruzione si è appellato
contro il decreto che vieta di fornire programmi di istruzione a
distanza.
Sebbene non siano ancora noti tutti i dettagli della
decisione, il JRS spera di poter comunque attuare il suo nuovo
programma di istruzione a distanza per i giovani rifugiati eritrei del
campo di Mal-Aini.
Il decreto, varato il 23 agosto, faceva
seguito alle raccomandazioni dell'Agenzia etiope per la certificazione
di qualità dell'istruzione e della formazione in uno sforzo inteso a
tutelare gli standard educativi nazionali. Tuttavia, in seguito alla
condanna di erogatori di servizi educativi privati, e a una serie di
riunioni tra le autorità e le parti interessate, la decisione è stata
revocata.
Per il personale del JRS, impegnato ad assicurare che
i rifugiati del campo sul confine settentrionale avessero la
possibilità di partecipare a corsi di educazione a distanza presso la
Mekelle University, istituzione scolastica pubblica di prim'ordine, il
decreto iniziale era stato uno shock.
Più di 370 rifugiati si
erano iscritti al JRS per ottenere una borsa di studio che consentisse
loro di frequentare corsi presso la Mekelle University. Al termine di
un rigoroso processo di ammissione, 98 studenti erano risultati idonei
per il corso di inglese come lingua seconda. Proprio mentre il divieto
veniva reso inaspettatamente noto, il JRS stava per offrire 30 borse di
studio a rifugiati eritrei.
Secondo il personale del JRS, i rifugiati sperano ora di poter prendere parte al corso.
Prevale l'ottimismo
"Da
quando ho firmato per la borsa di studio del JRS, sogno di poter fare
delle letture, scrivere delle buone relazioni, discutere di soggetti
accademici con gli amici", ha raccontato Girma, uno dei leader
giovanili del campo.
Oltre al bando precedente sui corsi a
distanza, il decreto fa divieto alle istituzioni scolastiche private di
offrire programmi di diritto e formazione per insegnanti, e riduce
l'offerta di programmi di scienze sanitarie. Non è chiaro in quale modo
l'ultima dichiarazione del governo influirà su questi corsi.
Il
campo rifugiati Mai Aini è stato aperto nel 2008 e ospita attualmente
una popolazione di 11.000 eritrei fuggiti da un regime caratterizzato
da repressione politica, stagnazione economica e coscrizione militare
obbligatoria. Il JRS ha iniziato a operare a Mal-Aini nel giugno del
2010, e attualmente sta offrendo corsi di counselling, sport, musica,
teatro, arte e danza a 170 rifugiati.
Repubblica Democratica del Congo: le donne chiedono si intervenga contro la violenza
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Le comunità sfollate hanno disperatamente bisogno di assistenza allo sviluppo e dell'istituzione di uno stato di diritto, Goma, Repubblica Democratica del Congo (Peter Balleis SJ/JRS)
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| Sr. Caffi ha reso omaggio al coraggio delle donne congolesi che sono riuscite a convivere con questi orrori con coraggio e dignità. |
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Roma, 28 ottobre 2010 – Le donne congolesi sono stanche delle
conferenze sulla violenza, vogliono iniziative concrete che risalgano
all'origine di questi atti – dice sr. Teresina Caffi delle Missionarie
di Maria che opera a Bukavu, capitale della provincia del Kivu Sud.
Il
17 ottobre, migliaia di donne hanno marciato lungo le strade di Bukavu
per protestare contro le continue violenze ad opera dei gruppi armati
presenti nella regione.
Secondo sr. Caffi, nel conflitto
protrattosi nella Repubblica Democratica del Congo orientale per 14
anni, le donne sono state un obiettivo primario. Non si tratta solo del
singolo soldato che in preda agli istinti più brutali violenta una
giovane donna, ma dell'uso sistematico della violenza sessuale per
abbattere psicologicamente le persone.
Quando si abusa
sessualmente delle donne di fronte ai loro figli e alle loro famiglie,
ha proseguito la missionaria, si cerca deliberatamente di distruggere
l'umanità di un popolo.
Sr. Caffi ha spiegato come anni di
conflitto abbiano portato a una banalizzazione della violenza sessuale.
I bambini, ha detto, testimoni 20 anni fa della violenza subita dalla
madre, sono ora degli adulti e nessuno sa in quale modo e misura questa
violenza abbia condizionato il loro equilibrio emotivo.
La
religiosa ha reso omaggio al coraggio delle donne congolesi che sono
riuscite a convivere con questi orrori con coraggio e dignità. Molte
donne, dopo aver subito tali violenze, fanno il possibile per tornare
alla vita normale e prendersi cura dei figli.
Ricostruire con l'educazione
La
scuola dovrebbe essere un ambiente protettivo per l'apprendimento degli
studenti, soprattutto in tempo di guerra. Questi si trovano invece a
dover affrontare il reclutamento forzato, le violenze sessuali e altri
abusi.
L'accesso all'educazione è diventato un lusso riservato
esclusivamente ai ricchi. Ecco perché nella provincia del Kivu Nord,
solo il 43 percento dei bambini ha accesso alla scuola, mentre il
restante 57 percento ne rimane escluso. La mancanza di servizi
igienici, di punti di raccolta per l'acqua e di impianti sanitari in
genere sono anch'essi all'origine del limitato accesso all'istruzione,
soprattutto per le bambine e le ragazze. A tutto ciò si aggiunga lo
scarso livello qualitativo in genere dell'istruzione nella Repubblica
Democratica del Congo.
Per rispondere a questa situazione, il
JRS fornisce a migliaia di rifugiati e sfollati nella RDC assistenza
umanitaria, soprattutto nel settore dell'educazione e della formazione.
I civili continuano a risentire delle conseguenze del conflitto,
soprattutto nel nordest e nell'est del paese.
Nel 2008, il JRS
ha iniziato un programma di istruzione e protezione globale nel Kivu
Nord, offrendo formazione a giovani, istruzione primaria e secondaria,
e servizi rivolti a persone in condizioni di estrema vulnerabilità. Nel
2009, ha continuato a fornire assistenza a più di 32.000 sfollati.
Australia: il JRS accoglie con favore l'iniziativa di governo sulla detenzione
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Uno dei tanti centri di detenzione in Australia (JRS Australia)
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| Qualsiasi iniziativa posta in atto per sottrarre alla detenzione i bambini e le famiglie vulnerabili giunge comunque con forte ritardo sui tempi dovuti. |
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Sydney, 18 ottobre 2010 – Il JRS Australia ha accolto con favore
l'annuncio fatto dal governo circa l'intenzione di spostare i bambini e
le famiglie vulnerabili da strutture per la detenzione ad alloggi in
comunità.
Il JRS ritiene che le organizzazioni di comunità e
caritative che abbiano esperienza in questo ambito sarebbero idonee a
cooperare con il governo nel prendersi cura di questa fascia di
popolazione.
"Riteniamo che si tratti di un'ottima iniziativa,
una buona risposta a quanto sia noi sia altre agenzie che si occupano
di richiedenti asilo e rifugiati chiediamo da un po' di tempo: non
possiamo tenere persone in detenzione a tempo indefinito, soprattutto i
più vulnerabili, minori non accompagnati e famiglie con bambini" ha
detto il direttore del JRS Australia, Sacha Bermudez-Goldman SJ.
Questa iniziativa è maggiormente in linea con la politica delle New Directions in Detention
che il governo aveva discusso la prima volta nel luglio del 2008,
secondo cui la detenzione sarebbe stata usata solo come ultima
alternativa e per periodi di tempo limitati. P. Bermudez-Goldman SJ ha
inoltre sottolineato come per la comunità e le organizzazioni
ecclesiali sia una buona opportunità farsi partecipi e rendere
disponibili le proprie risorse a questo gruppo vulnerabile".
Dare priorità ai più vulnerabili
Nella
sua dichiarazione, il governo ha precisato che avrebbe iniziato a
trasferire "numeri significativi" di bambini e di famiglie vulnerabili
dalla detenzione ad alloggi di comunità.
"Sebbene sia difficile
determinare il livello di vulnerabilità quando la maggior parte di
coloro che vengono presi in considerazione sono bambini, è chiaro che i
minori non accompagnati, soli e privi del sostegno dei genitori,
costituiscono un gruppo particolarmente vulnerabile", ha proseguito p.
Bermudez-Goldman.
Questa svolta darà ai minori non accompagnati
l'opportunità – finora negata – di frequentare la scuola, offrendo
quindi loro competenze tecniche o di altro genere che potranno
utilizzare in seguito in seno alla comunità, se sarà loro concessa
protezione in Australia, oppure nei rispettivi paesi di origine se
dovranno farvi ritorno.
Il provinciale dei gesuiti australiani,
p. Steve Curtin SJ, ha detto che qualsiasi iniziativa posta in atto per
sottrarre alla detenzione i bambini e le famiglie vulnerabili giunge
comunque con forte ritardo sui tempi dovuti.
"Ci sono prove
sostanziali che indicano come la detenzione prolungata sia dannosa per
la salute delle persone, e i gesuiti si rallegrano del fatto che il
governo abbia deciso di dare corso a questo cambiamento", ha detto.
Nepal: reinsediato un terzo dei rifugiati bhutanesi
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Preparare le comunità per soluzioni durevoli, Shanyarima camp, Nepal orientale, (Peter Balleis SJ/JRS)
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| Sono trascorsi oltre vent'anni da quando oltre 105.000 bhutanesi di etnia Lhotsampa sono fuggiti al Nepal. |
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Roma, 19 ottobre 2010 – Stando a rilievi statistici prodotti
recentemente dal governo nepalese, oltre 36.000 rifugiati bhutanesi
sono stati reinsediati in paesi terzi. Si tratta di un aumento
significativo che si riferisce agli ultimi venti mesi. In effetti, dal
gennaio 2009 sono stati reinsediati ben 28.000 rifugiati bhutanesi.
La
stragrande maggioranza dei reinsediati – calcolati in 31.133 – è stata
diretta negli USA, mentre Australia e Canada ne hanno accolti
rispettivamente un paio di migliaia. I rimanenti sono stati inviati in
Danimarca, Nuova Zelanda, Norvegia e Regno Unito. Altri 11.732
rifugiati accettati per il reinsediamento sono in attesa di partenza.
La
popolazione di rifugiati bhutanesi ospitata nei campi al 30 settembre è
pari a 75.671 persone, rispetto agli iniziali 111.000, ma si prevede
che il gennaio prossimo scenderà a 71.000 persone, alla fine del
prossimo anno a 55.000, e a 30.000 entro il gennaio 2013. Sulla base di
queste proiezioni, il JRS calcola di far proseguire il programma fino
all'inizio del 2014.
I rifugiati sono stati divisi in due
categorie, quelli che sono favorevoli al reinsediamento e quelli che
desiderano essere rimpatriati. Stando ai dati statistici sul
reinsediamento, al 30 settembre 2010 meno del 20 percento della
popolazione iniziale di rifugiati bhutanesi presenti nei campi del
Nepal orientale non ha espresso interesse a trasferirsi in un paese
terzo. La maggior parte degli appartenenti a questo gruppo continua a
sperare che un giorno venga loro permesso di rientrare in patria.
Anni di attesa
Ci
si aspetta che le prossime missioni provenienti dall'Australia in
novembre, dal Canada e Paesi Bassi in ottobre e dagli Stati Uniti in
novembre stabiliscano le date di partenza delle persone accettate
rispettivamente dai quattro paesi.
Sono trascorsi oltre
vent'anni da quando oltre 105.000 bhutanesi di etnia Lhotsampa sono
fuggiti dal Bhutan al Nepal attraverso una sottile striscia di
territorio indiano che separa i due stati. Le forze di sicurezza
indiane hanno scortato i rifugiati fino al Nepal. Gli altri rifugiati
vivono in sette campi gestiti dall'UNHCR situati in due distretti del
Nepal orientale. Un numero assai contenuto mette insieme di che vivere
giorno per giorno in India.
Nel corso degli anni, Nepal e Bhutan
hanno intrapreso ripetutamente trattative per risolvere la questione.
Ne è risultato, i dati sono stati resi pubblici nel 2003, che soltanto
al 4 percento dei rifugiati è stato concesso il diritto di rientro
incondizionato, mentre a un 71 percento è stata data la possibilità di
ritornare a patto di rispettare una serie di pesanti condizioni, quali
il superamento di esami di lingua, la residenza obbligatoria in
determinate strutture, ecc. A seguito di successivi disordini
verificatisi in alcuni campi, il governo bhutanese ha sospeso il
processo, avanzando a giustificazione timori per la sicurezza.
Sri Lanka: ONG rifiutano di prendere parte a Commissione
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La giustizia è un elemento essenziale di pace e riconciliazione sostenibili, Mannar, Sri Lanka nordoccidentale, (Peter Balleis SJ/JRS)
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| Preoccupa enormemente l'assenza di qualsivoglia norma a tutela dei testimoni. |
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Roma, 20 ottobre 2010 – Un gruppo di ONG internazionali – Human Rights
Watch, Amnesty International e l'International Crisis Group – ha
respinto l'invito del governo a comparire dinanzi alla Lessons Learnt
and Reconciliation Commission (LLRC), definendo quest'ultima non
attendibile.
In una lettera aperta alla Commissione, il gruppo
ha dichiarato che avrebbe accettato di comparire dinanzi a un'entità
genuinamente e credibilmente impegnata a conseguire un'assunzione di
responsabilità e la riconciliazione nello Sri Lanka, precisando al
contempo che l'LLRC è lungi dal perseguire un tale obiettivo.
A
quanto sostengono le organizzazioni umanitarie, l'LLRC non soltanto
difetta dei criteri fondamentali fissati a livello internazionale per
poter svolgere inchieste indipendenti e imparziali, ma agisce anche
sullo sfondo di un mancato impegno da parte del governo in fatto di
lotta all'impunità e alle continue violazioni dei diritti umani. A
dispetto di una serie infinita di rapporti su violazioni commesse nel
paese, dalla fine del conflitto lo Sri Lanka non ha fatto alcun passo
avanti nel trattare le spinose questioni che vi sono ampiamente
riferite.
Va aggiunto che, secondo le ONG, l'LLRC è piena di
difetti tanto nella sua struttura che nella sua pratica. Nonostante sia
incaricata di indagare su ogni verosimile accusa di violazione dei
diritti umani da parte di forze sia ribelli che governative, in
particolare durante le ultime fasi del conflitto ha dimostrato di non
avere alcun vero interesse a indagare su accuse mosse alle forze armate
governative. Difetto di indipendenza e protezione
Presupposto
fondamentale per qualsiasi commissione di questo tipo è che i suoi
membri siano indipendenti. L'appartenenza all'LLRC, precisa la lettera
aperta, è lungi dal rispecchiare questo presupposto, avendo la
Commissione accolto nella sua compagine alti rappresentanti di governo
che hanno pubblicamente difeso la condotta dei militari accusati di
crimini di guerra.
Preoccupa peraltro enormemente l'assenza di
qualsivoglia norma a tutela dei testimoni, soprattutto in uno scenario
che vede esponenti di governo etichettare come "traditori" persone che
muovono accuse contro le forze armate.
A ciò si aggiunga che,
pur essendo concluso il conflitto, il paese si trova sempre ancora a
operare in uno stato di emergenza, con leggi che criminalizzano il
discorso politico e nessuna seria indagine viene svolta nel caso di
attacchi contro chi si azzarda a criticare il governo.
Ciò
incide chiaramente sulla capacità della LLCR di condurre indagini
credibili a fronte di presunte violazioni delle leggi nazionali e
internazionali. Fintanto che non è garantita un'efficace protezione dei
testimoni, nessuna organizzazione o singolo individuo potrà
responsabilmente rivelare alla Commissione informazioni riservate.
Per la copia integrale della lettera, vedi: http://www.crisisgroup.org/en/publication-type/media-releases/2010/asia/sri-lanka-crisis-group-refuses-to-appear-before-flawed-commission.aspx
Haiti: colera, elezioni e rischio di un nuovo sisma
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Le terribili condizioni in cui vivono troppi sfollati aumenta la possibilità di epidemie, Port-au-Prince, Haiti, (Sergi Camara/JRS)
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| "Quali sono ad Haiti le cause determinanti la vulnerabilità?" Intorno a questo interrogativo dovrebbero ruotare tanto il processo di ricostruzione quanto il dibattito elettorale. |
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Port-au-Prince, 26 ottobre 2010 – A un mese dalle elezioni
presidenziali e legislative haitiane, previste per il 28 novembre,
l'epidemia di colera che ha colpito il paese è al centro
dell'attenzione dei media nazionali e internazionali.
A quanto
riferiscono le autorità sanitarie, che pur assicurano essersi la
situazione stabilizzata fin dal 25 ottobre, la malattia ha già mietuto
380 vittime e richiesto il ricovero di 3.600 malati.
Stando a
Nigel Fisher, vice-rappresentante speciale delle NU per Haiti, la
situazione è comunque critica, e sarebbe irresponsabile non prepararsi
ad altre più gravi esplosioni epidemiche. Temendo un allargamento
ulteriore dell'epidemia, molti analisti si chiedono se la campagna
elettorale non vada interrotta a scanso di maggiori occasioni di
contaminazione.
Questa recente crisi umanitaria si verifica dopo
un anno di disastri: il terremoto del 12 gennaio, l'uragano del 24
settembre, e ora l'epidemia di colera. Va detto al proposito che
secondo un gruppo di esperti della Purdue University (India), il sisma
di gennaio era da imputarsi a una faglia all'altezza di Leogane, nella
parte occidentale di Haiti e non, come si pensava, nella vicina
Repubblica Dominicana.
Affrontare le cause della vulnerabilità a Haiti
A
quanto sostiene il responsabile per le Comunicazioni del JRS America
Latina, Edson Louidor, bisogna prendere seriamente e urgentemente in
considerazione questi rischi per impedire o quantomeno contenere
l'impatto dei disastri naturali.
"Le conseguenze dei disastri
non sono naturali. La vulnerabilità della popolazione è determinata
soprattutto da una serie di fattori socioeconomici, politici e persino
culturali che incidono sulle capacità dei singoli e dei gruppi di
anticipare, fare fronte, resistere e riprendersi dall'impatto di una
manifestazione naturale di grave entità", ha soggiunto.
"Quali
sono ad Haiti le cause determinanti la vulnerabilità?" Intorno a questo
interrogativo dovrebbero ruotare tanto il processo di ricostruzione
quanto il dibattito elettorale.
I disastri che colpiscono il
paese a causa della sua vulnerabilità potrebbero e dovrebbero
costituire un'occasione per porre le basi di una nuova Haiti
democratica e partecipativa. Purtroppo, l'attenzione si è incentrata
sull'aspetto emergenziale umanitario, determinando un pronto intervento
in occasione di ciascun disastro, trascurando però di considerare le
misure preventive.
A un solo mese dalla consultazione
elettorale, i candidati non hanno ancora presentato proposte concrete
per la soluzione dei problemi del paese, tra cui misure di prevenzione
dei disastri, una riforma agraria, il decentramento, le politiche
sociali (nei campi educativo, sanitario, dell'edilizia), la
disoccupazione, la deforestazione.
E un grave silenzio cala in
aula quando si presentano interrogazioni circa la responsabilità del
decidere sulle priorità nazionali, sulla risposta alle necessità delle
popolazioni colpite e sfollate, e l'assicurare che gli haitiani siano
protetti contro i rischi sismici e di altra natura che si profilano
all'orizzonte.
Belgio: appello delle ONG contro il respingimento dei richiedenti asilo verso stati che non garantiscono condizioni di sicurezza
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Migranti vivono in condizioni di sovraffollamento e di igiene precaria nel centro di detenzione di Pagani a Lesvos, Grecia, (MSF)
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| Sono stati i tribunali nazionali ed europei a imporre loro di non rimandare richiedenti asilo in Grecia. |
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Bruxelles, 21 ottobre 2010 – Il ministro degli esteri belga, Melchior
Wathelet, ha deciso di non rimandare più richiedenti asilo in Grecia,
in quanto paese che non rispetta i diritti dei rifugiati. Sarà il
Belgio a farsi carico delle pratiche di asilo.
Amnesty
International, CIRE, la Commissione belga per il sostegno ai rifugiati,
JRS Belgio e Vluchtelingenwerk Vlaanderen hanno accolto con favore
questa decisione.
In particolare, il JRS e altre ONG hanno
chiesto con forza che venga riveduto il Regolamento di Dublino che
autorizza il respingimento dei rifugiati verso paesi che non assicurano
una sufficiente protezione dei loro diritti. La decisione del ministro
degli Esteri dimostra quanto sia necessario rivedere il Regolamento.
A
quanto stabilisce il Regolamento, spetta allo stato UE cui il
richiedente asilo approda in prima istanza trattare la pratica di
asilo; norma, questa, che ha determinato una forte pressione sugli
stati posti ai confini dell'UE.
Occorre sostituire la normativa
in questione con un sistema più equo sia per i richiedenti asilo che
per i singoli stati. Un primo passo nella giusta direzione sarebbe
l'introduzione di un meccanismo sospensivo temporaneo da applicarsi
laddove lo stato in questione è oberato da un importante flusso in
entrata di richiedenti asilo o nel caso in cui la procedura di
riconoscimento dello status dei rifugiati non si conformi alle norme
europee e internazionali.
Il ritorno dei richiedenti asilo a
quegli stati potrebbe essere quindi sospeso temporaneamente, mentre
l'UE chiederebbe loro di rispettare gli obblighi di legge e
procederebbe concretamente a rettificare le loro carenze. Al momento
soltanto alcuni stati hanno sospeso i respingimenti in Grecia. Un
meccanismo sospensivo imporrebbe a tutti gli stati dell'UE di adottare
le medesime misure.
I tribunali tutelano i richiedenti asilo
La
decisione del ministro Wathelet era attesa da lungo tempo. La Grecia
rappresenta uno dei punti principali di ingresso nell'UE e viene vista
come il peggior incubo per i richiedenti asilo, dove sono costretti a
vivere in strada o essere rinchiusi in centri di detenzione
sovraffollati, le condizioni igieniche sono a dir poco precarie, e le
procedure di asilo sono una chimera.
Un iracheno non ha quasi
alcuna probabilità di ottenere protezione in Grecia, mentre nei Paesi
Bassi, per esempio, lo status di rifugiati viene riconosciuto al 77
percento degli iracheni. Recentemente l'Agenzia delle NU per i
rifugiati (UNHCR) ha definito la situazione in Grecia un vero disastro
umanitario.
In questi ultimi anni, il JRS ha esercitato
pressioni sugli stati dell'UE perché ponessero fine ai respingimenti in
Grecia dei richiedenti asilo, dove nel contempo i rifugiati iracheni e
afghani vivono nel costante rischio di essere rimandati nei rispettivi
paesi di origine.
Seppure non di propria iniziativa, Norvegia,
Regno Unito e Paesi Bassi hanno seguito di recente l'esempio del
Belgio. In effetti, sono stati i tribunali nazionali ed europei a
imporre loro di non rimandare richiedenti asilo in Grecia.
Il
Belgio sta rischiando una condanna da parte della Corte europea per i
diritti umani in merito a un caso emblematico: nel 2009 il Belgio aveva
respinto un richiedente asilo afghano in Grecia che oggi vive in
strada, senza poter accedere a una giusta procedura di asilo.
La
proposta di revisione del Regolamento di Dublino è in fase di dibattito
in sede europea. La Commissione Europea ha presentato una buona
proposta di riformulazione del Regolamento; tocca ora alla presidenza
belga usare del proprio peso politico in sede di trattativa perché la
revisione porti a un'equa riforma del Regolamento.
Stati Uniti: il JRS dà il benvenuto al nuovo Direttore
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P. Michael Evans SJ è diventato il sesto direttore del JRS Stati Uniti, Washington DC, (Christian Fuchs/JRS)
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| Essi [i rifugiati] hanno osato sperare in un futuro migliore, ed è nostro potere offrire loro una nuova vita e una nuova speranza. |
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Washington DC, 18 ottobre 2010 – P. Michael Evans SJ è stato nominato
sesto direttore del JRS Stati Uniti, subentrando a p. Kenneth Gavin SJ,
che l'anno prossimo assumerà la carica di Vice-direttore
internazionale, presso la sede del JRS Internazionale a Roma.
Dal
1990 a tutto il 1996, p. Evans è stato direttore regionale del JRS
Africa Orientale, e dal 2000 a tutto il 2010 direttore per lo sviluppo
ed economo della Provincia gesuita dell'Africa Orientale. La profonda
esperienza e conoscenza del JRS maturata dal p. Evans gli sarà di
grande utilità e renderà più agevole l'assunzione del nuovo incarico,
tenuto conto del fatto che intende guidare il JRS Stati Uniti verso un
futuro di costante accompagnamento, servizio e difesa dei rifugiati
bisognosi di aiuto.
P. Evans ricorda bene la lettera scritta nel
1980 dall'ex Superiore Generale della Compagnia di Gesù, p. Pedro
Arrupe SJ, ai confratelli gesuiti, in cui questi chiedeva "a ciascun
gesuita del mondo di considerare in qual modo la sua vita personale, le
sue azioni, il suo apostolato istituzionale, ecc. possano iniziare a
far fronte alla crisi mondiale dei rifugiati".
L'ex direttore del JRS Stati Uniti passa al JRS Internazionale
Nel
2003, p. Kenneth Gavin SJ è entrato a far parte del JRS Stati Uniti;
dal 1996 al 2002 era stato Provinciale gesuita per l'area di New York.
Come
vicepresidente del Consiglio statunitense per i Rifugiati nel 2006, p.
Gavin aveva fornito alla sottocommissione per il sistema giudiziario
del Senato degli Stati Uniti un'irrefutabile attestazione
dell'importanza del programma nazionale per i rifugiati, dichiarando
che "essi [i rifugiati] hanno osato sperare in un futuro migliore, ed è
nostro potere offrire loro una nuova vita e una nuova speranza".
P.Gavin
ha continuato a fare dell'accompagnamento attraverso il servizio
pastorale ai non-cittadini in stato di detenzione il punto focale
dell'attività del JRS, estendendo quella missione alla cura dei
migranti espulsi tramite l'originale partnership del JRS Stati Uniti
con l'iniziativa Kino Border.
Si è dato da fare per accrescere
l'impatto del JRS Stati Uniti estendendo l'opera di advocacy a numerose
questioni internazionali, vale a dire promuovendo una maggiore presa
di coscienza della crisi umanitaria colombiana, la più grave
dell'emisfero occidentale, potenziando l'assistenza da parte del
Dipartimento di Stato statunitense ai rifugiati colombiani, segnalando
la preoccupante situazione della protezione della popolazione tamil in
tutto il territorio srilankese, e facendo presente le drammatiche
condizioni dei rifugiati urbani di tutto il mondo.
"Pur
riconoscendo l'aiuto prezioso dato da amici e collaboratori, in questo
momento non posso non rivolgere il mio pensiero a tutti i rifugiati e
sfollati con la forza che ho incontrato e accompagnato in questi ultimi
sette anni. Come per tanti prima di me al JRS, essi hanno letteralmente
trasformato la mia vita", ha detto p. Gavin.
Internazionale: il JRS celebra il suo trentennale ponendo al primo posto i rifugiati
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Grazie all'intuizione di p. Pedro Arrupe SJ, ex superiore generale dei gesuiti, negli ultimi 30 anni il JRS ha potuto assistere milioni di rifugiati (JRS)
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| Negli ultimi 30 anni, il JRS è rimasto fedele alla propria missione di recarsi là dove maggiore è il bisogno, e pur con un'assenza, ha trovato soluzione alla sfida posta dai rifugiati. |
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Roma, 29 ottobre 2010 – Il 14 novembre 1980, in un mondo dominato dalle
ideologie e dalla repressione, i gesuiti si sono attivati per
rispondere alle necessità di ordine umanitario ed educativo dei "boat
people" vietnamiti, dando così i natali al JRS. Oggi il numero degli
sfollati con la forza di tutto il mondo è salito dai 16 milioni di
allora a 45 milioni.
Per commemorare i 30 anni di servizio ai
rifugiati, tre organizzazioni gesuite – JRS, Centro Astalli e Magis –
stanno organizzando una serie di eventi che si svolgeranno il mese
prossimo. Il 9 novembre, l'ex direttore del JRS Internazionale, Mark
Raper SJ, terrà presso la Pontificia Università Gregoriana una lectio
magistralis dal titolo "Il mondo in movimento – La risposta dei gesuiti
ai rifugiati".
Il 13 e 14 novembre saranno celebrate due messe
seguite da un concerto dei "Sonidos de la Tierra" rispettivamente nelle
chiese gesuite del Gesù e di San Saba.
L'orchestra formata da 40
giovani elementi provenienti da comunità emarginate, di cui alcuni
sfollati, eseguiranno brani di musica moderna e tradizionale africana,
asiatica, latinoamericana ed europea. Il tema, che va al di là delle
barriere culturali e linguistiche, è testimonianza di un mondo che
sogna una pace senza confini.
Mantenere la profondità della missione del JRS
A
trent'anni dalla visione iniziale del suo padre fondatore ed ex
superiore generale Pedro Arrupe SJ, il JRS – organizzazione umanitaria
internazionale con progetti in corso in 51 paesi del mondo – ha
accresciuto in misura esponenziale la portata dei suoi servizi negli
ambiti educativo, dell'assistenza nelle emergenze, dell'assistenza
sanitaria e nella protezione dei diritti umani in favore di oltre mezzo
milione di rifugiati.
Pur fornendo una gamma di servizi intesi a
contrastare lo sfollamento, il JRS è specializzato nell'educazione,
dando così ai rifugiati una speranza per il futuro. In tutto il mondo
il JRS provvede a fornire servizi educativi di primo, secondo, terzo
livello nonché servizi educativi attitudinali a quasi 280.000 bambini,
giovani e adulti.
Over the last 30 years, JRS has remained true
to its mission: going where the need is greatest and leaving only once
the refugee challenge has been resolved. Working in cooperation with
all people of goodwill, with a non-proselytising presence, JRS welcomes
people of all traditions to share and help in its mission.
Negli
ultimi 30 anni, il JRS è rimasto fedele alla propria missione di
recarsi là dove maggiore è il bisogno, e pur con un'assenza, ha trovato
soluzione alla sfida posta dai rifugiati. Operando in collaborazione
con tutte le persone di buona volontà con una presenza non finalizzata
al proselitismo, il JRS accoglie persone di ogni tradizione che
vogliano condividere e contribuire alla sua missione.
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