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Internazionale: condannato impiego da parte della Thailandia di munizioni a grappolo in Cambogia
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Submunizione inesplosa individuata in un campo aperto, Cambogia, aprile 2011 (Stéphane De Greef/ Landmine and Cluster Munition Monitor)
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| "Queste munizioni a grappolo hanno già ucciso due uomini, ad altri due hanno amputato le braccia, e ne hanno ferito altri cinque. La zona va immediatamente bonificata per evitare ulteriori sofferenze. La Cambogia deve impegnarsi al massimo per garantire la sicurezza dei civili", ha detto sr Denise Coughlan, direttore del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati in Cambogia. |
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Ginevra, 6 aprile 2011 – Richiamandosi a due distinte inchieste
condotte sul campo, la Coalizione contro le munizioni a grappolo (CMC) è
giunta alla conclusione che la Thailandia ha impiegato munizioni a
grappolo in territorio cambogiano nel corso del conflitto frontaliero
del febbraio 2011. Le autorità cambogiane ne hanno dato conferma nel
corso di un incontro con la CMC tenutosi il 5 aprile.
Si tratta
del primo impiego di munizioni a grappolo a livello mondiale
dall'entrata in vigore della Convenzione sulle munizioni a grappolo
stipulata nel 2008 e assurta a legge internazionale. La CMC, di cui il
Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati è membro attivo, condanna ogni
impiego di munizioni a grappolo e chiede con forza alla Thailandia e
alla Cambogia di aderire immediatamente al trattato che vieta questo
tipo di armamenti.
Rispettivamente in febbraio e aprile di
quest'anno, membri della CMC hanno svolto due distinte missioni nelle
zone della Cambogia contaminate da munizioni a grappolo, tra cui i
villaggi di Svay Chrum e Sen Chey e intorno alla collina su cui sorge il
tempio di Preah Vihear. Sono stati accertati sia la presenza di
submunizioni inesplose, sia danni da frammentazione provocati dalle armi
in questione. Il Norwegian People's Aid ha confermato la presenza di
submunizioni a modelli combinati (DPICM) M42/M46 e M85 inesplose.
"Queste
munizioni a grappolo hanno già ucciso due uomini, ad altri due hanno
amputato le braccia, e ne hanno ferito altri cinque. La zona va
immediatamente bonificata per evitare ulteriori sofferenze. La Cambogia
deve impegnarsi al massimo per garantire la sicurezza dei civili", ha
detto sr Denise Coughlan, direttore del Servizio dei Gesuiti per i
Rifugiati in Cambogia, che ha preso parte alla prima missione.
"È
spaventoso che ci siano ancora paesi che impiegano munizioni a grappolo
dopo che il loro uso è stato bandito dalla comunità internazionale. La
Thailandia è stata in prima linea nel vietare l'uso di mine antiuomo, è
quindi inconcepibile che utilizzi armamenti vietati che uccidono e
feriscono indiscriminatamente la popolazione civile", ribadisce Laura
Cheeseman, direttore della CMC.
In occasione di un incontro
tenutosi il 5 aprile, l'ambasciatore thailandese presso le NU di Ginevra
ha confermato l'impiego da parte del suo paese di DPICM da 155 mm,
precisando che la Thailandia aveva impiegato munizioni a grappolo "a
fini difensivi" in risposta a un presunto pesante lancio di missili da
parte delle forze cambogiane sulla popolazione civile di Satisuk, nel
distretto thailandese di Khun Khan.
Secondo l'ambasciatore,
l'uso da parte della Thailandia di munizioni a grappolo era avvenuto in
base ai principi di "necessità e proporzionalità, ed era stato conforme
al codice deontologico militare".
"Circa 5.000 abitanti del
villaggio di Sen Chey sono a rischio a causa di questi ordigni
inesplosi. La Thailandia deve fornire le informazioni necessarie a
consentire le operazioni di bonifica delle zone contaminate, cosicché i
civili possano fare ritorno a casa in sicurezza", ha detto da parte sua
Atle Karlsen del Norwegian People's Aid.
La CMC ha sollecitato la
Thailandia a rendere noti i risultati della propria inchiesta,
precisando in particolare in quali zone siano state lanciate le
munizioni a grappolo. Con queste informazioni è possibile avvertire
adeguatamente i civili dei rischi nonché delle misure da adottare al
fine di eliminare i resti di munizioni inesplose, pericolose quanto le
mine terrestri.
Cambogia e Thailandia non rientrano tra i 108
paesi firmatari della Convenzione sulle munizioni a grappolo, tuttavia
ambedue hanno aderito al Trattato del 1997 per la messa al bando delle
mine antipersona e hanno partecipato al cosiddetto processo di Oslo
propedeutico alla stipula della Convenzione sulle munizioni a grappolo,
oltre a partecipare alla prima assemblea degli stati aderenti svoltasi
nel novembre 2010 nella Repubblica democratica popolare del Laos.
"Questo
conflitto dovrebbe spingere ambedue i paesi a denunciare con urgenza
l'uso di queste armi e ad aderire al trattato che ne bandisce
l'impiego", insiste Laura Cheeseman.
La Convenzione sulle
munizioni a grappolo entrata in vigore come legge internazionale
inderogabile in data 1° agosto 2010, vieta l'uso, produzione, stoccaggio
e trasferimento di munizioni a grappolo, e impone agli stati di
distruggere i rispettivi stoccaggi, bonificare i terreni contaminati e
prestare assistenza alle vittime e alle comunità colpite. Dei 108 paesi
che hanno sottoscritto la Convenzione dalla sua apertura alla firma nel
dicembre 2008, 55 ne hanno già ratificato il testo.
Il contesto
Sia
la Thailandia che la Cambogia detengono stoccaggi di munizioni a
grappolo, ma poco si sa circa le loro condizioni o composizione. A
giustificazione del ritardo nell'aderire al trattato, il governo
cambogiano aveva accennato in passato a un riesame in corso della
propria situazione in fatto di difesa e sicurezza.
La
Thailandia, a sua volta, aveva avanzato riserve circa la capacità di
distruggere i propri stoccaggi e accennato a preoccupazioni in fatto di
sicurezza, spiegando così la mancata adesione alla Convenzione. Aveva
inoltre dichiarato nel 2008 che non avrebbe più fatto uso delle
munizioni a grappolo in futuro.
Cambogia e Thailandia sono paesi
aderenti al Trattato del 1997 per la messa al bando delle mine
antipersona; la Cambogia, peraltro, ospiterà nel novembre 2011
l'undicesima edizione della Conferenza degli stati aderenti.
Per maggiori informazioni sulle munizioni a grappolo, vedi: http://www.stopclustermunitions.org/news/?id=3130
Indonesia: a sei mesi dall'eruzione, ancora impossibile la ricostruzione
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Rovine di un'abitazione civile a Kalikuning distrutta dall'eruzione del vulcano Merapi nel novembre 2010. Questa è solo una delle tante case distrutte o sepolte sotto ceneri e fango. Vietato per il momento ogni nuovo insediamento nella zona, Giava centrale, Indonesia (Lars Stenger/ JRS)
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| La forza distruttiva dei flussi di "lava fredda" ha praticamente cancellato le loro case, mentre i corsi d'acqua portano a valle ceneri, massi e altro materiale vulcanico. |
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Yogyakarta, 6 aprile 2011 – A sei mesi dall'inizio di quest'ultima fase
eruttiva, il vulcano più attivo dei 129 che caratterizzano l'Indonesia
impedisce tuttora alla gente di fare rientro alle proprie case sulle
infide pendici del Monte Merapi, e a rifarsi una vita.
L'eruzione
più recente ha causato la morte di 322 persone e imposto lo sfollamento
di 136.585 abitanti. La forza distruttiva dei flussi di "lava fredda"
ha praticamente cancellato le loro case, mentre i corsi d'acqua portano a
valle ceneri, massi e altro materiale vulcanico.
Oltre alle
100.000 persone che hanno perso la casa a causa dell'eruzione vera e
propria, circa 3750 sono state sfollate dalla conseguente discesa della
lava fredda. Subito dopo la fase eruttiva, a fine ottobre il JRS ha
provveduto a fornire assistenza di emergenza in alcuni dei 13 campi per
sfollati gestiti dal governo.
Il JRS ha fornito generi
alimentari, medicinali, materassi, prodotti igienico-sanitari e
indumenti tramite i vari punti di distribuzione cui facevano riferimento
gli sfollati non ospitati nel campi regolari e le persone ospitate nei
villaggi circostanti la zona colpita. Nei primi quattro mesi dal
disastro naturale, con l'aiuto di 177 volontari, il JRS ha prestato
assistenza a 75.957 tra sfollati e quanti avevano fatto ritorno a casa.
La
risposta alla crisi data dal JRS si è incentrata sulla fornitura di
prestazioni agli sfollati più vulnerabili e sull'offerta di sostegno là
dove non erano presenti altre ONG o agenzie governative.
Advocacy di follow-up
Nonostante
il governo avesse provveduto a impiantare rifugi temporanei all'esterno
della zona di evacuazione, vale a dire a una distanza di sicurezza dal
vulcano, migliaia di persone hanno trovato riparo nei villaggi del
circondario grazie all'ospitalità data dalla popolazione locale. La
popolazione si è dimostrata ben disposta ad accogliere gli sfollati,
tuttavia era evidente che non ne aveva né la capacità pratica, né
un'economia tale da potersene prendere cura.
L'intervento di
emergenza da parte del JRS Indonesia è giunto a termine, ma il suo
personale rimane in contatto con la popolazione sfollata, scambiando
informazioni sulle loro necessità e problematiche in sede di incontri di
coordinamento locale con le autorità.
Europa: ONG sollecitano gli stati a intervenire nella situazione di emergenza in atto nella fascia meridionale del Mediterraneo
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Migranti fuggiti dagli scontri in atto in Libia e riparati in un campo rifugiati sul confine libico-tunisino, Ras Ajdir, Tunisia, (Associated Press)
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| Le organizzazioni per i diritti umani hanno rilanciato appelli fatti in precedenza, chiedendo ai vari stati di intervenire con maggiore impegno a tutela di quanti non possono rimpatriare a causa del clima di violenza o del rischio di persecuzione, con particolare riferimento ai rifugiati etiopi, eritrei, somali e sudanesi. |
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Bruxelles, 6 aprile 2011 – Un gruppo di ONG con sede nella capitale
belga ha sollecitato gli stati dell'UE a rispondere all'emergenza
umanitaria in atto nel Nordafrica.
Nel documento – presentato tra
l'altro dall'International Rescue Committee, la Commissione
internazionale per le migrazioni, l'Ufficio europeo del Servizio dei
Gesuiti per i Rifugiati, e Save the Children – si chiede che vengano
adottate misure che assicurino maggiori protezione, assistenza
umanitaria e solidarietà.
A quanto affermano le ONG in questione,
molte delle 40.000 persone fuggite dalla Libia sono bloccate lungo le
fasce confinarie. Per rispondere alle crescenti necessità degli sfollati
e delle popolazioni ospitanti, si chiede che i governi dell'UE
accrescano le attuali contribuzioni alle agenzie delle NU e alle ONG
presenti sul campo.
Le organizzazioni per i diritti umani hanno
rilanciato appelli fatti in precedenza, chiedendo ai vari stati di
intervenire con maggiore impegno a tutela di quanti non possono
rimpatriare a causa del clima di violenza o del rischio di persecuzione,
con particolare riferimento ai rifugiati etiopi, eritrei, somali e
sudanesi.
Laddove non si può contare né su una efficace
protezione di questi rifugiati, né sulla loro integrazione nelle
comunità locali, non rimane che il reinsediamento quale unica soluzione
durevole. Come pronta risposta, gli stati dell'UE dovrebbero impegnarsi
ad accrescere il numero dei reinsediamenti per il periodo 2011-12, come
chiesto dall'Agenzia delle NU per i rifugiati (UNHCR). Nei tempi lunghi,
le quote di reinsediamento nell'UE dovranno prevedere un maggior spazio
di protezione nel Nordafrica. In questi casi, come stabilito
dall'UNHCR, la priorità andrebbe riservata ai rifugiati più vulnerabili.
Protezione dei diritti nell'UE
Da
gennaio, sono sbarcati sulla piccola isola italiana di Lampedusa oltre
20.000 persone. La stragrande maggioranza di quanti sono fin qui
arrivati dalla Tunisia non è in cerca di protezione internazionale. Una
piccola percentuale di essi, tuttavia, e una più sostanziosa di
provenienti dalla Libia sono costituite da rifugiati e richiedenti asilo
– in particolare eritrei e somali.
Un numero non indifferente di
imbarcazioni hanno cominciato ad approdare anche a Malta, così come si
prevede che il fenomeno interesserà anche altri paesi del Mediterraneo.
Gli
stati dell'UE, insiste il documento, devono garantire che a tutti
coloro che sono intercettati in mare, sbarcati sulle rive o giunti ad
altri confini dell'UE sia dato accesso immediato alle procedure che
consentono di identificare quanti necessitano di protezione, per poterli
deferire successivamente alle strutture e ai servizi del caso.
Nel
documento si chiede inoltre che nessuna di queste persone sia posta
automaticamente in stato di detenzione né privata della sua libertà se
non in casi estremi, da valutare di volta in volta e comunque
indipendentemente dai casi di detenuti per reati penali.
Le ONG
raccomandano agli stati dell'UE di adottare misure adeguate in risposta
alle necessità dei minori non accompagnati che varchino i confini della
stessa UE. Ponendo in primo piano la protezione dei bambini, come
previsto dalla Convenzione sui diritti dell'infanzia, questi non
andrebbero mai posti in stato di detenzione, né separati dai rispettivi
familiari, salvo che sia nel loro miglior interesse.
America Latina: la risposta a livello regionale avrebbe dovuto tenere conto delle necessità dei migranti haitiani
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La situazione disperata del paese costringe molti haitiani a cercare protezione in Sudamerica, Port-au-Prince, Haiti, (Sergi Camara/JRS)
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| In base a dati statistici forniti dai servizi immigrazione della polizia, nel 2009 sono arrivati in Ecuador 1.258 haitiani, nel 2010 altri 1.867, e nei primi mesi del 2011 già 1.112. |
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Quito, 14 aprile 2011 – Il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati ha
lanciato un appello sollecitando gli stati della regione a dare
protezione agli haitiani caduti vittime di reti di traffico di esseri
umani e di altri illeciti organizzati in America Latina. Nel 2009 si è
registrata la presenza in Sudamerica di circa 75.000 haitiani, ma da
allora il loro numero è aumentato notevolmente, soprattutto in Ecuador e
Cile.
"Più o meno in questi ultimi tre anni, il Sudamerica è
divenuto un nuovo polo di migrazione per gli haitiani", ha spiegato il
coordinatore dell'advocacy per Haiti del JRS America Latina e Caraibi,
Wooldy Edson Louidor, in occasione di una conferenza stampa tenutasi a
Quito l'8 aprile.
L'ufficio regionale del JRS America Latina e
Caraibi ha espresso una serie di preoccupazioni riguardo al recente
flusso di migranti haitiani. In particolare, è preoccupato per la
situazione umanitaria di Haiti in costante peggioramento, che ha
costretto molti a emigrare, nonché per l'incapacità del governo haitiano
e della comunità internazionale di rispondere adeguatamente alle
necessità di questa popolazione.
Nel corso della conferenza, il
Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati ha espresso condanna nei confronti
di queste reti di traffici e illegalità operanti a Haiti nonché in altre
zone come la Repubblica Dominicana, Cuba e non pochi altri paesi del
Sudamerica – vedi Ecuador, Perù, Bolivia, Venezuela, Brasile e Guyana
francese.
A ciò si aggiunga che la lentezza con cui si provvede
alla ricostruzione nella Haiti colpita dal sisma ha reso più facili e
radicati questi reati nel paese, e la conseguente maggiore rigidità
delle politiche migratorie ha costretto gli haitiani in situazioni
ancora più difficili e di crescente vulnerabilità.
Il JRS ha
sollecitato gli stati dell'America Latina a concedere ai migranti
haitiani – in particolare alle vittime di reti criminali, costrette a
emigrare a causa della crescente crisi determinata dal sisma del 12
gennaio 2010 – visti per motivi umanitari.
Inoltre, ha invocato
l'istituzione di una politica regionale di accoglimento per queste
persone, nonché di un network regionale inteso a combattere le reti di
traffico di esseri umani e di altri illeciti organizzati, che faccia
distinzione tra colpevoli e vittime dei reati, e punisca i primi
assicurando invece protezione a queste ultime.
Durante la
conferenza, il JRS ha posto in evidenza il numero crescente di haitiani
che transitano attraverso l'Ecuador e il Cile.
In base a dati
statistici forniti dai servizi immigrazione della polizia, nel 2009 sono
arrivati in Ecuador 1.258 haitiani, nel 2010 altri 1.867, e nei primi
mesi del 2011 già 1.112. A sua volta, l'ente nazionale per il turismo
del Cile ha fatto sapere che 477 haitiani sono entrati nel paese nel
2009, 820 nel 2010, e 125 nel solo gennaio di quest'anno.
Tuttavia,
indipendentemente da queste cifre, la maggior parte degli haitiani che
giungono in Ecuador e Cile non vi rimangono, preferendo proseguire alla
volta del Brasile, della Guyana francese e persino degli Stati Uniti.
Sempre meno spazio di protezione
Il JRS ha identificato svariate reti di traffico di esseri umani che
traghettano migranti in Ecuador attraverso la Repubblica Dominicana e
Cuba.
"Con l'aumentare del flusso di haitiani alla volta del
Sudamerica, si moltiplicano le reti di traffico di esseri umani e di
altre attività illegali che richiamano gli haitiani verso l'Ecuador e il
Cile con la falsa promessa di potervi studiare, lavorare e persino
passare in seguito negli Stati Uniti o nella Guyana francese" ha
precisato Louidor.
Al loro arrivo in Ecuador, per essere poi
portati nella Guyana francese o in Brasile, tra le tante altre mete,
molti migranti sono costretti a pagare una somma aggiuntiva ai
trafficanti.
In risposta al crescente arrivo di migranti, alcuni
stati come la Guyana francese e il Brasile hanno rafforzato, laddove era
consentito il blocco, i controlli di sicurezza lungo le fasce
confinarie per impedire l'ingresso di haitiani.
A quanto
sostengono le autorità brasiliane, agli haitiani non può essere
riconosciuto lo status di rifugiati, che spetta invece a quanti fuggono
da persecuzioni, discriminazione religiosa e altre circostanze previste
dalla legislazione nazionale, e non a chi si allontana da condizioni di
povertà e da situazioni conseguenti a disastri naturali.
Dal 15
febbraio di quest'anno, il governo federale del Brasile ha sospeso il
riconoscimento dello status di rifugiati agli haitiani. Attualmente
versano in stato di detenzione 300-400 haitiani cui era stato impedito
il passaggio nella Guyana francese. Si stima che circa 2.000 haitiani
abbiano attraversato il confine dello stato amazzonico, entrando in
Brasile.
Un mese fa, il Brasile ha chiuso anche il confine con il
Perù, in particolare nello stato di Acre, nei pressi di Tabatinga,
principale punto di ingresso nell'Amazzonia brasiliana. I migranti
haitiani non riescono tuttora a penetrare in Brasile, e rimangono quindi
bloccati sulla fascia confinaria con il Perù.
Per fare un
esempio, il 1° aprile di quest'anno il provinciale maggiore della
regione peruviana di Tahuamani, Celso Curi Paucarmaita, ha fatto sapere
che oltre un centinaio di haitiani erano da più di un mese nella foresta
di Iñapari, presso il confine con il Brasile; e ormai andavano
scarseggiando sia il denaro che i generi alimentari.
P. Fernando
Ponce SJ, direttore del JRS Ecuador, a sua volta ha reso noto che nel
marzo 2009 lo stesso JRS aveva iniziato a lavorare con circa 150
haitiani che vivevano a nord di Quito. In seguito al sisma che ha
sconvolto Haiti, il loro numero ha subito un notevole incremento. A
detta del JRS, questa popolazione si scontra con due grosse difficoltà:
la mancanza di documenti personali e la disoccupazione.
Sempre a
quanto riferisce p. Ponce, di recente alcuni studenti haitiani sono
giunti in Ecuador tratti in inganno da false promesse. "Non sono molti,
comunque la situazione desta preoccupazione. Il governo ecuadoriano ha
fatto sapere che gli immigrati non sarebbero stati espulsi, tuttavia la
loro regolarizzazione è stata resa più difficoltosa dalle nuove norme di
legge sull'immigrazione".
"Altri elementi che rendono
estremamente difficile l'integrazione degli haitiani nella società
locale e nel mondo del lavoro sono la non conoscenza della lingua e la
massiccia assenza delle reti di sostegno e di servizi che potrebbero
fornire loro gli indispensabili strumenti e opportunità in grado di
integrarli nelle nuove società ospitanti."
Facendosi carico di
questa situazione, il JRS ha aperto un polo multifunzionale, dove
vengono offerti corsi di spagnolo, assistenza legale, e scolarizzazione
dei bambini immigrati. Vi si impartiscono inoltre corsi di rafforzamento
delle capacità alle ONG che si occupano di migranti, corsi che
prevedono iniziative e conferenze aventi come fine la presa di coscienza
che l'Ecuador non può essere un paese di discriminazione e xenofobia.
Sempre
secondo p. Ponce, l'Ecuador potrebbe avere un ruolo centrale nell'opera
di advocacy in favore dei diritti degli haitiani, e nel formulare una
politica dell'immigrazione che preveda il rilascio agli haitiani che
fuggono dall'attuale situazione di crisi di un visto per motivi
umanitari, oltre a un visto speciale per le vittime del traffico di
esseri umani.
"Ci auguriamo che lo stato ecuadoriano si allei al
JRS nel perorare in tutta l'America Latina soluzioni creative per i neo
arrivati", ha concluso p. Ponce.
Uganda: rifugiati urbani acquisiscono competenze artigianali
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Donne rifugiate a un corso di artigianato istituito di recente dal JRS, Kampala, Uganda (Susi Moeller/JRS)
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| "Come rifugiati, abbiamo bisogno di darci una formazione che possiamo mettere a frutto nell'attuale situazione. Imparare a produrre articoli di artigianato è quanto di meglio per noi, perché i materiali sono facilmente reperibili e i prodotti sono commerciabili," ci ha detto un rifugiato nel corso della valutazione. |
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Kampala, 14 aprile 2011 – Nel contesto di un'iniziativa mirata ad
aiutare i rifugiati urbani a conseguire una maggiore autosufficienza, il
JRS ha dato il via nella capitale ugandese di Kampala a un nuovo corso
di formazione dei rifugiati nella produzione di prodotti artigianali.
Al
primo ciclo ha partecipato un gruppo pilota di cinque rifugiati, che
hanno imparato a realizzare orecchini, collane, braccialetti, ciondoli,
cinture, cartoline, borse, oltre ad acquisire competenze nel campo del
ricamo, utilizzando materiali locali di facile reperimento, come carta,
perle di legno e fibre vegetali.
"È stata per noi un'occasione
preziosa: anziché regalarci un pesce, ci hanno insegnato a pescare
dandoci semplicemente una lenza. Ora sono pronto per la pesca", sono le
parole di Anastase, rifugiato ruandese che ha partecipato al corso.
Il
corso di artigianato è la recente innovazione apportata al programma di
formazione attitudinale offerto dal JRS ai rifugiati urbani e
richiedenti asilo che si trovano a Kampala, ed è stato introdotto in
seguito a una valutazione svolta nel 2010 che ha visto i rifugiati
esprimere un desiderio in tal senso.
"Come rifugiati, abbiamo
bisogno di darci una formazione che possiamo mettere a frutto
nell'attuale situazione. Imparare a produrre articoli di artigianato è
quanto di meglio per noi, perché i materiali sono facilmente reperibili e
i prodotti sono commerciabili," ci ha detto un rifugiato nel corso
della valutazione.
Il programma comprende anche corsi di catering, per parrucchieri, e di sartoria.
Una domanda imponente
In
occasione di un incontro con richiedenti asilo e rifugiati tenutosi in
gennaio, 106 rifugiati avevano presentato domanda di iscrizione al corso
di artigianato. A differenza degli altri corsi, quello di artigianato
non richiede una buona conoscenza dell'inglese, e questo consente a
rifugiati che non hanno padronanza della lingua di acquisire comunque
una nuova competenza. La maggior parte dei rifugiati che vivono a
Kampala provengono dalla zona dei Grandi Laghi, e parlano il francese.
"Vi
invitiamo a mettere a frutto le vostre nuove conoscenze e la vostra
creatività per accrescere le vostre competenze e produrre articoli
qualitativamente validi che possano competere sul mercato" ha detto a
conclusione del corso il direttore di progetto del JRS Uganda a Kampala,
Stephen Kuteesa.
Il JRS continuerà a proporre questo corso di
artigianato ad almeno un'ottantina di rifugiati lungo tutto il 2011, in
modo da aiutarli a integrarsi e ridurre via via la loro dipendenza dalle
organizzazioni umanitarie.
Il JRS ha iniziato a prestare
assistenza ai rifugiati a Kampala nel 1988. Il Programma di emergenza
urbana risponde alle esigenze urgenti e irrisolte dei nuovi arrivati,
dei richiedenti asilo, e dei rifugiati più vulnerabili. Aiuta i
rifugiati a sopravvivere in una situazione del tutto nuova, fornendo
loro informazioni, generi alimentari e di prima necessità, facendosi
carico dei canoni di affitto, nonché dei costi dell'assistenza medica,
dei trasporti e del sostegno psicosociale.
Il JRS offre anche
lezioni di inglese e si batte per il rispetto dei diritti dei
richiedenti asilo e dei rifugiati. Dal suo esordio nel 1988, il progetto
si è preso cura di oltre 18.000 rifugiati e richiedenti asilo fornendo
aiuti materiali, provvedendo alla tutela dei loro diritti, e impartendo
lezioni di lingua inglese.
Filippine: erogati sussidi per aiutare gli sfollati interni a rifarsi una vita
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Dayano ha acquistato questa vitella con i soldi realizzati dalla vendita del mais coltivato con il marito, Taralbi Zaman, Linao del Norte, Mindanao, Filippine (Bernard Arputhasamy SJ/JRS)
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| Se da un lato sono migliaia le famiglie tuttora non autosufficienti, dall'altro l'opera del JRS nella zona, iniziata appena l'anno scorso, ha avuto esiti promettenti. |
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Mindanao, 8 aprile 2011 – Dall'anno 2000, quando il presidente
Estrada ha dichiarato "guerra totale" al Fronte di liberazione islamico
Moro, nel Mindanao sono state sfollate quasi un milione di persone. A
distanza di undici anni non si è ancora giunti a una risoluzione
pacifica del conflitto, e molti sono tuttora senza una casa, costretti
dal clima di violenza a rimanere lontani dai propri villaggi.
A
dispetto dei disordini, la famiglia Zaman ha trovato un modo per tirare
avanti, sperando di essere di esempio ad altre famiglie di etnia Moro.
Taralbi
Zaman, sua moglie e i loro tre figli sono fuggiti da Munai, villaggio
di confine nel Lanao del Norte, e hanno attraversato il confine della
provincia poco dopo l'inizio del conflitto. Hanno cercato di ritornare a
casa, però le continue esplosioni di violenza li hanno convinti che era
meglio rimanere, almeno per il momento, presso una comunità sicura
anziché rischiare la vita a Munai.
Il sogno di rientrare a casa propria non si è ancora avverato, quello di raggiungere nuovamente l'autosufficienza sì.
"Il mio sogno è quello di possedere una mucca", ha detto Taralbi.
Se
da un lato sono migliaia le famiglie tuttora non autosufficienti,
dall'altro l'opera del JRS nella zona, iniziata appena l'anno scorso, ha
avuto esiti promettenti.
I suoi team hanno avviato progetti di
sostentamento, incentrando l'opera eminentemente sulla creazione di
opportunità perché gli sfollati – e in particolare le famiglie con la
madre capofamiglia, considerate le più vulnerabili – conseguano
l'autosufficienza.
Nel luglio 2010, la coppia Zaman era tra le
120 famiglie inserite nel programma di sostentamento familiare
appoggiato da un partner locale del JRS, la Muslim-Christian Agency for
Advocacy, Relief and Development, Inc. (MuCARRD). Questo programma del
JRS, inteso ad aiutare gli sfollati (IDP) di Lanao, prevede
l'assegnazione alle famiglie di sussidi in moneta. Gli Zaman, per
esempio, hanno utilizzato il denaro per piantare mais in un terreno
affittato di 1,25 ettari di estensione.
"Sono grato al JRS e al MuCARRD per il sussidio che mi hanno concesso", ha detto ancora Taralbi Zaman.
In
circostanze normali, per avviare la coltivazione Taralbi avrebbe dovuto
chiedere un prestito a tassi altissimi. Fortuna ha voluto che il prezzo
del mais salisse in quella stagione, per cui con i proventi del
raccolto, insieme alla moglie Dayano, è riuscito ad acquistare anche un
vitello. Ora la coppia intende condividere questa grazia di Dio con gli
altri sfollati della comunità.
Questo non è che un primo passo
per gli sfollati come gli Zaman nel rifarsi una vita porgendo una mano
anche agli altri. Da parte loro, gli Zaman sono determinati ad aiutare
gli altri sfollati Moro che dividono la loro sorte.
"Quando questa giovenca figlierà, ne beneficeremo tutti", sono ancora parole di Taralbi
La popolazione Moro, che assomma a circa il 20 percento del popolo filippino, da decenni sta perseguendo l'autodeterminazione.
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