Bollettino quindicinale dell’Ufficio Internazionale del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati. Propone notizie in sintesi e aggiornamenti sui vari progetti che ci giungono dai nostri collaboratori sul campo.


  Giornata mondiale del rifugiato 2011: a 60 anni dalla ratifica della Convenzione delle NU sui rifugiati

 
Direttore Internazionale, Peter Balleis SJ

 
La violenza, come la guerra, radica profondamente in una serie di rapporti di genere culturalmente distorti. Attraverso il loro processo di guarigione, queste donne violate, ferite possono contribuire fattivamente alla guarigione degli uomini, impedendo così il ripetersi di quanto altri uomini hanno commesso.  

Masisi, 20 giugno 2011 – Quest'anno la Giornata mondiale del rifugiato celebra il sessantesimo anniversario della ratifica nel 1951, a Ginevra, della Convenzione delle NU relativa allo status dei rifugiati. Si tratta di un documento assolutamente innovativo sia per quanto riguarda la tutela in sé dei diritti dei rifugiati, sia per aver ribadito il dovere da parte della comunità internazionale di prendersi cura delle popolazioni rifugiate.

La Convenzione continua ad avere ripercussioni di vasta portata su un numero sempre crescente di sfollati di tutto il mondo. Lungi dall'essere un mero trattato di rievanza storica, essa rappresenta una risposta profondamente umana agli orrori della discriminazione razziale e politica, quali sono stati l'Olocauso, la seconda Guerra Mondiale, e i suoi strascichi.

Due mie zie, giovani donne a quel tempo, mi raccontavano come erano fuggite con i loro genitori dal fronte di guerra. La loro più grande paura era quella di cadere nelle mani di soldati che le avrebbero fatte oggetto di violenza sessuale.

Per sembrare meno piacente, una di loro si vestiva in maniera miseranda e si sporcava il volto con della terra. L'altra ricordava come il terrore di uno stupro avesse indotto la madre a tenere sempre in casa delle pillole di veleno. Un suicidio di massa sarebbe stato preferibile a dover subire un'empia violazione. Furono fortunate: riuscirono a sfuggire a una così orribile esperienza.

Duole riconoscere che l'uso in tutto il mondo della violenza sessuale, in particolare all'interno di certi conflitti armati, e il terrore di esserne vittime non muore mai. La violenza sessuale e di genere (SGBV) viene impiegata come arma di guerra, violando e infrangendo la dimensione più intima della persona umana, indipendentemente dalla sua età.

Scrivo questa riflessione dalla provincia del Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo (RDC). Qui i team del JRS lavorano con donne e bambine dei distretti di Masisi, Mwezo e Rutshuru, di cui  molte sono state vittime di aggressioni a sfondo sessuale. Il Nord Kivu è una delle capitali mondiali in fatto di SGBV.

Le attività del JRS qui possono apparire di poco conto, trattandosi di meri corsi di alfabetizzazione e di formazione attitudinale, eppure l'impatto che esercitano va ben oltre l'aspetto educativo. L'alfabetizzazione e la creazione di competenze contribuiscono a dare dignità alle donne, che nella cutura locale sono sempre state sottostimate.

Con una formazione, sono più capaci di prendersi cura di sé. Si radunano quotidianamente – donne che hanno vissuto gli orrori, e altre che temono possa capitare anche a loro – e insieme, in un luogo protetto, condividono le proprie esperienze e le ferite che queste hanno inferto loro.

I corsi sono riservati  un pubblico femminile, tuttavia non di rado la trasformazione che l'apprendimento ha prodotto nelle proprie mogli e sorelle non lascia indifferenti gli uomini. Direttamente o indirettamente, le donne influenzano i propri mariti e fratelli, e gradualmente li dissuadono dal venire risucchiati in dinamiche di dominazione maschile e violenza.

La violenza, come la guerra, radica profondamente in una serie di rapporti di genere culturalmente distorti. Attraverso il loro processo di guarigione, queste donne violate, ferite possono contribuire fattivamente alla guarigione degli uomini, impedendo così il ripetersi di quanto altri uomini hanno commesso. Si tratta di cambiamenti che avvengono a un livello culturale e sociale più profondo, e quindi richiedono tempo; ma sono indispensabili se si vuole conseguire una protezione protratta nel tempo contro la SGBV.

La Convenzione di Ginevra del 1951 è nata dalle ferite di centinaia di migliaia di donne e uomini rifugiati. Oggi è dovere garantire, alla luce della Convenzione del 1951, una più immediata e diretta protezione delle donne.

Ciò vuol dire dare ai rifugiati, e in particolare alle donne e bambine, asilo e protezione in paesi ospitanti, creando zone di sicurezza durante i conflitti armati, istituendo campi e scuole protetti. Vuol dire assumersi l'onere di un contributo concreto alla protezione di donne e bambine dalla SGBV. Facciamo quindi nostro l'impegno a perseguire questo risultato nella RDC, così come in altri paesi di tutto il mondo, in linea con la missione del JRS e con il dettato della Convenzione sui rifugiati.

Giornata mondiale del rifugiato: La Convenzione di Ginevra del 1951, 60 anni di protezione ai rifugiati

 
Se si dà loro accesso alla formazione professionale e al mercato del lavoro, i rifugiati possono divenire un valore per le comunità ospitanti. In ogni caso, l'integrazione sarà di gran lunga facilitata se verrà dato sostegno anche ai paesi in via di sviluppo e alle loro comunità indigene. Johannesburg, Sudafrica (Peter Balleis SJ/ JRS)

 
"In luoghi come la Repubblica Democratica del Congo, dove gli stupri sono sempre più all'ordine del giorno, migliaia di donne sono state sfollate con la forza. Il riconoscimento della violenza sessuale come forma di persecuzione ha fatto sì che non soltanto venisse loro accordata tutela legale, ma ha anche spinto le organizzazioni del caso a istituire programmi in risposta alle loro specifiche necessità", ha soggiunto p. Balleis.  

Servizio dei gesuiti per i rifugiati

Communicato stampa

Giornata mondiale del rifugiato

Molto è stato fatto, ma c'è ancora ampio spazio per migliorare

Roma, 20 giugno 2011 – In risposta agli orrori della seconda Guerra Mondiale, quasi sessant'anni fa la famiglia delle Nazioni Unite ha compiuto i primi concreti passi nella costruzione di un sistema globale di protezione dei rifugiati.

Afferma il direttore del JRS International, Peter Balleis SJ, che "La Convenzione delle NU del 1951 è il pilastro della protezione internazionale. La salvezza offerta a milioni di uomini, donne e bambini, e la possibilità data loro di rifarsi una vita in condizioni dignitose, è una chiara riprova del suo grande valore".

Particolarmente importante è stata la scelta di stabilire una definizione di rifugiato che tenesse conto del  timore di persecuzione quale causa  determinante la  fuga, anziché basare il giudizio su una specifica situazione. Altrettanto importante è stata l'introduzione di un obbligo universale di prestare significative, seppur limitate, forme di assistenza ai rifugiati, ivi incluso – particolare rilevantissimo – l'impegno a mai rispedire rifugiati nei luoghi in cui rischierebbero la persecuzione.

Pur tuttavia, troppi governi continuano a ignorare i principi fondamentali della Convenzione, che viene da loro vista come inopportuna sotto il profilo politico o troppo onerosa sul piano economico. I rifugiati vengono spesso confinati in campi situati in zone remote o addirittura detenuti ingiustamente in violazione del loro diritto alla libertà di movimento. Parimenti, vengono loro negati i documenti personali, il diritto al lavoro, e l'accesso ai servizi di base. Gli stati limitano sempre più l'accesso ai propri territori e di fatto impediscono ai richiedenti asilo di accedere alle opportune procedure di determinazione del loro status.

Sempre nelle parole di p. Balleis, "Se alla Convenzione fosse data piena attuazione, sia nella lettera che nello spirito, tanti rifugiati in fuga dalla Libia che attraversano il Mediterraneo, somali che fuggono in Kenya, e innumerevoli altri fuggiaschi potrebbero trovare protezione e talvolta persino salvezza. La protezione dalle violazioni dei diritti umani è diritto di nascita di ciascuno di noi".

Nonostante la definizione di rifugiato data dalla Convenzione sia più restrittiva rispetto a quella applicata dal JRS – che comprende i migranti forzati sfollati da conflitti generalizzati, ingiustizie economiche e disastri ambientali – pur tuttavia nel corso del tempo la sua interpretazione ha subito delle evoluzioni. In questi ultimi anni la Convenzione ha dato prova di rispondere alle necessità emergenti ampliando la definizione di rifugiato così da farvi rientrare nuovi gruppi, come le vittime di violenze sessuali e di persecuzione da entità non di stato, come i gruppi di ribelli e miliziani.

"In luoghi come la Repubblica Democratica del Congo, dove gli stupri sono sempre più all'ordine del giorno, migliaia di donne sono state sfollate con la forza. Il riconoscimento della violenza sessuale come forma di persecuzione ha fatto sì che non soltanto venisse loro accordata tutela legale, ma ha anche spinto le organizzazioni del caso a istituire programmi in risposta alle loro specifiche necessità", ha soggiunto p. Balleis.

Il prossimo dicembre l'Agenzia delle NU per i rifugiati (UNHCR) convocherà esponenti di governi per chiedere a ciascuno stato di impegnarsi ad attuare un sostanziale miglioramento delle misure a protezione dei rifugiati. Il JRS sollecita i governi a prendere questa sfida con la massima serietà: se è vero che molto c'è da celebrare quest'anno, è vero anche che c'è ancora ampio spazio per migliorare.



Africa Orientale: A 60 anni dall'adozione della Convenzione di Ginevra necessita espandere la protezione ai rifugiati

 
Grazie alle nuove leggi e pratiche più liberali in vigore in Uganda e all'assistenza fornita dalle varie ONG, tra cui il JRS, molti rifugiati e i loro famigliari saranno in grado di riprendere in mano le fila delle proprie esistenze. Kampala, Uganda (Peter Balleis SJ/ JRS)

 
Al settembre 2010 il numero dei rifugiati somali presenti in Kenya, Uganda, Tanzania ed Etiopia superavano le 430.000 unità, dato che rispecchia la disparità di onere sostenuto dagli stati della regione.  

Nairobi, 20 giugno 2011 – Malgrado la "natura temporanea" della protezione internazionale così com'è prevista dalla Convenzione del 1951 sui rifugiati, a 60 anni dalla sua formale adozione il problema di queste popolazioni non soltanto non è stato risolto, è fatto persino più complesso. Nel corso degli anni le varie forme di persecuzione – e i loro responsabili – sono mutate e aggravate da ingiustizie di natura politica, sociale ed economica poste in atto in tutto il mondo da entità tanto statali, quanto civili.

Pur registrando un'evoluzione nell'interpretazione della Convenzione sui rifugiati – nel senso che ora riconosce le forme di violenza sessuale e di genere, nonché le forme di persecuzione poste in atto da entità civili, quali sono i gruppi armati – l'attenzione posta sulla persecuzione individuale e l'esclusione di gravi violazioni dei diritti sociali ed economici rappresentano un problema non indifferente nell'Africa orientale.

Questa definizione, applicata all'attuale situazione dell'Africa orientale, esclude di fatto milioni di persone che fuggono da manifeste vessazioni economiche, violenze generalizzate e disastri ambientali. Con ciò non si vuol togliere valore alla Convenzione delle NU, semmai insistere sul fatto che debba essere integrata.

Gli stati africani hanno sopravvanzato la Convenzione NU del 1951, riconoscendo la mutevole natura dello sfollamento forzoso. In conformità con la Convenzione africana del 1969, alle persone sfollate da un conflitto, una dominazione straniera o da eventi gravemente lesivi dell'ordine pubblico spetta il riconoscimento dello status di rifugiati. Pertanto esso va riconosciuto a quanti fuggono dagli effetti del conflitto in atto in Somalia meridionale o centrale, o dalle violenze poste in atto dai gruppi ribelli nella Repubblica Democratica del Congo.

La ratifica della Convenzione africana sui rifugiati del 1969, con le forme di protezione da essa previste, rappresenta un enorme passo avanti per il continente africano.

La Convenzione del 1951 affermava a buon diritto che "gli uomini, senza distinzioni, devono godere dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali". Questo principio è stato inserito anche nella Convenzione africana del 1969, come pure nelle legislazioni nazionali di paesi come il Kenya, l'Uganda, la Tanzania e l'Etiopia.

Ciò significa che il diritto di chiedere asilo, il principio del non respingimento – ovvero il diritto di non essere rispedito in un paese dove si rischierebbe la persecuzione –, il rilascio di documenti di identità e di viaggio, e la debita considerazione delle libertà religiosa e sociale, sarebbero garantite a "tutti i rifugiati", a prescindere dal loro luogo di residenza, che sia un campo, un'area urbana o un insediamento.

Progresso

Determinati diritti, affermati dalla Convenzione del 1951 – come il diritto a un lavoro retribuito e alla libertà di movimento – sono rimasti quenstione controversa. Né l'Etiopia, né il Kenya concedono ai rifugiati il diritto di vivere al di fuori di determinate aree circoscritte, fatte salve alcune circostanze quali l'esigenza di cure mediche specialistiche, opportunità di studio debitamente riconosciute, o motivi di sicurezza.

Nella pratica, tuttavia, molti rifugiati hanno continuato a vivere al di fuori degli spazi stabiliti, in particolare in aree urbane, con l'acquiescenza del governo ospitante e dell'Agenzia delle NU per i rifugiati (UNHCR), che peraltro in questo caso concedono poca o addirittura nessuna assistenza. Se da un lato i rifugiati si insediano sempre più di frequente nelle aree urbane, anche illegalmente, dall'altro i governi sono lenti nell'adeguare leggi, politiche e programmi che potrebbero venire incontro alle loro esigenze.

Va detto comunque che nell'ultimo quinquennio i governi africani hanno compiuto significativi passi avanti nel trattare le gravi problematiche dei rifugiati soprattutto nelle aree urbane. In effetti in questo arco di tempo l'Agenzia delle NU per i rifugiati e le autorità ugandesi, etiopiche e tanzaniane hanno adeguato le proprie procedure per la determinazione dello status di rifugiati al dettato della Convenzione africana.

Nel 2007 il governo etiopico ha mutato la propria politica su libertà di movimento, sussistenza ed educazione, consentendo ai rifugiati eritrei beneficiari di rimesse estere o iscritti presso un'istituzione educativa di risiedere al di fuori dei campi.

Per la sua legge sui rifugiati del 2006, il governo ugandese è stato salutato nella regione come leader in fatto di protezione dei diritti dei rifugiati. La legge consente loro di lavorare, ne promuove l'accesso alla proprietà e all'assistenza sociale, e permette loro di risiedere al di fuori degli insediamenti ufficiali nel caso siano in grado di sostenersi senza ricorrere all'assistenza di stato.

Ponendo in atto nella regione una legislazione nazionale che incorpori i dettami delle Convenzioni di Ginevra e africana, gli stati hanno compiuto significativi progressi nell'ambito della protezione dei rifugiati, aprendo così uno "spazio protettivo" a migliaia di persone che altrimenti non avrebbe avuto i requisiti per rientrare nei parametri stabiliti dalla Convenzione del 1951 sui rifugiati. Va detto che l'esistenza di una convenzione delle NU, pur con i suoi difetti, ha avuto funzione catalizzatrice nella stesura della Convenzione africana.

Le sfide future


Permangono, comunque, le sfide di una sua piena attuazione. La speranza di trovare soluzioni durevoli – in particolare per i rifugiati che si trovano in situazioni protratte nel tempo, come i somali, gli etiopici e gli eritrei – va lentamente scemando. Continuano ad aumentare gli arrivi, mentre fioche rimangono le speranze di reinsediamento in paesi terzi o di integrazione a livello locale.

Al settembre 2010 il numero dei rifugiati somali presenti in Kenya, Uganda, Tanzania ed Etiopia superavano le 430.000 unità, dato che rispecchia la disparità di onere sostenuto dagli stati della regione. Come previsto dalla Convenzione dei 1951 sui rifugiati, gli stati sono tenuti a condividere la responsabilità nei confronti dei rifugiati. I meccanismi sono chiari: maggiore sostegno finanziario e programmatico per i rifugiati e le organizzazione che se ne occupano, individuazione di località di reinsediamento in paesi terzi per gli sfollati con la forza più vulnerabili, e sostegno ai governi ospitanti e all'UNHCR.

Costretti a trovare un punto di equilibrio tra le varie problematiche – diritti dei rifugiati, sicurezza alle frontiere, possibilità di sussistenza delle popolazioni ospitate – e non potendo contare su sufficienti aiuti da parte delle altre nazioni più affluenti, gli stati così eccessivamente oberati tendono a vedere nei rifugiati un onere anziché che un beneficio per le rispettive società. Il problema dei rifugiati, quindi, non deve gravare soltanto su un ristretto numero di stati, bensì deve interessare l'intera famiglia internazionale delle nazioni.

Stella Ngumuta, Capo responsabile del JRS Africa orientale per l'Advocacy


Africa meridionale: interpretare la Convenzione sui rifugiati a 60 anni di distanza

 
Pur in fuga da una grave crisi economica e da violazioni dei diritti umani, gli zimbabwuani vengono considerati migranti privi di documenti anziché rifugiati. Eppure molti di essi necessitano disperatamente di protezione internazionale. Limpopo, Sudafrica (Peter Balleis SJ/ JRS)

 
Senza il concomitante sostegno di un migliore quadro legislativo e l'impegno internazionale di assistere ulteriormente i paesi ospitanti più poveri, sarà sempre più difficile assicurare che nel Sud dell'Africa siano rispettati i diritti degli sfollati con la forza.  

Johannesburg, 20 giugno 2011 – In questi ultimi 60 anni la Convenzione di Ginevra delle NU ha dato a milioni di persone in fuga da persecuzioni la possibilità di riprendere  a vivere in condizioni di sicurezza. Per esserne tutelati è necessario rispondere a una serie di criteri stabiliti dal diritto internazionale. Prima che la protezione possa farsi realtà, questi principi di massima devono tradursi in una legislazione o una politica nazionale; purtroppo, però, ciò non sempre accade.

Il mondo, peraltro, in questi decenni è cambiato; e in Africa meridionale le definizioni contenute nel testo della Convenzione si fanno sempre più obsolete, e in alcuni contesti non riescono ad aiutare coloro che hanno pressante necessità di sostegno internazionale.

Il Africa meridionale ha sul suo territorio una nutrita popolazione di rifugiati e il Sudafrica conta il maggior numero di richiedenti asilo ufficiali del mondo. Paesi dalla scarsa sicurezza alimentare, come lo Zimbabwe e il Malawi ospitano in campi migliaia di rifugiati provenienti dall'intero continente. Vivere nei campi spesso implica limitazione dei movimenti e minori opportunità lavorative, il che determina una situazione opprimente e improduttiva in cui le popolazioni ospitate non trovano risposta alle proprie esigenze.

I rifugiati urbani


Il protrarsi di molti conflitti africani che determinano fenomeni di sfollamento ha costretto numerosi rifugiati della regione a considerare il proprio esilio permanente. I rifugiati spesso cercano di rifarsi una vita e porre in atto strategie a lungo termine anziché attendere nei campi che il conflitto causa del loro sfollamento abbia termine.

Numerosi richiedenti asilo e rifugiati scelgono quindi di insediarsi in grandi aree urbane dell'Africa come Johannesburg e Nairobi, Luanda e Lilongwe, per citarne solo alcuni. Le aree urbane, in particolare quelle dei paesi più sviluppati come il Sudafrica, offrono potenziali possibilità di impiantare un'attività commerciale o di intraprendere un corso di studi, oltre a consentire un più facile accesso ai servizi di base. Inoltre, le aree urbane richiamano sempre più presenze in quanto dispongono di reti sociali già operanti che assicurano sostegno e assistenza.

I cosiddetti rifugiati urbani risiedono al di fuori dei campi per svariati motivi, e questa denominazione non implica la legittimazione della loro scelta residenziale. In alcuni casi essi vivono nelle aree urbane illegalmente, con il rischio di essere arrestati, sottoposti a vessazioni o essere espulsi dal paese. Il che li induce a mantenere un basso profilo per la propria sicurezza, divenendo così il gruppo sociale più difficile da assistere e sostenere.

Le politiche di accampamento si basano sulla legislazione nazionale che varia di stato in stato, ed è in diretta violazione delle norme della Convenzione di Ginevra. La limitazione di movimento e i conseguenti rischi che si pongono ai rifugiati urbani costituiscono la più pressante problematica riguardante i migranti forzati.

Oltre ai suddetti rischi, uno dei problemi fondamentali che si pongono ai rifugiati urbani è quello dell'accesso ai servizi. È loro tutt'altro che facile poter fruire dei servizi abitativi, sanitari ed educativi sia perché risiedono nelle aree urbane illegalmente, sia perché vengono fatti oggetto di discriminazione razziale da parte delle strutture che erogano quegli stessi servizi. Dal Sudafrica si ha notizia di rifugiati bisognosi di cure respinti da strutture ospedaliere di stato, e di casi di vessazioni da parte della polizia locale.

In effetti, l'assistenza ai rifugiati urbani rappresenta uno degli ostacoli che tanto i rifugiati quanto gli erogatori di servizi si trovano dinanzi. Spesso le forze dell'ordine e la polizia di frontiera sono disinformate in fatto di diritti dei rifugiati, né sono sottoposte a un adeguato controllo a che rispettino loro stesse le leggi in vigore. E tutto ciò può condurre all'espulsione dei rifugiati.

Di recente l'Agenzia delle NU per i rifugiati (UNHCR) ha riconosciuto la necessità di espandere lo spazio protettivo riservato ai rifugiati nelle aree urbane sviluppando una politica che riconosca l'esigenza che essi acquisiscano una certa autonomia e al contempo armonizzi la legislazione nazionale con la legge umanitaria internazionale.

Si tratta, tuttavia, di un processo lento che in alcuni dei più poveri paesi ospitanti incontra non poca resistenza in ambito politico. Paesi in cui la sicurezza alimentare non è garantita, come il Mozambico e il Malawi, sono tangibilmente mal disposti, in quanto percepiscono la presenza dei rifugiati come un peso di cui si potrebbe fare a meno e un iniquo sfruttamento delle già limitate risorse.

In effetti, il concetto di "espandere lo spazio protettivo" è cruciale, come attesta la situazione dell'Africa meridionale. Pone una vera e propria sfida alla Convenzione di Ginevra la dura condizione degli zimbabwuani definiti "migranti di sopravvivenza" che entrano in Sudafrica e in altri paesi viciniori.

Sono così definite le popolazioni vulnerabili che, pur necessitando di assistenza internazionale, non rientrano appieno nella definizione convenzionale di rifugiati. Lo si riscontra penosamente nella grave situazione degli zimbabwuani indigenti che non possono procurarsi cibo né terra e non godono di sicurezza, e che tuttavia non sono considerati rifugiati ai sensi della Convenzione di Ginevra. Nel classificarli come migranti economici si trascura il fatto che siano costretti a migrare e non possano minimamente intervenire sulla precarietà delle loro condizioni di vita.

Convenzione africana sui rifugiati

Si tratta di gruppi che pongono una seria sfida ai provider di servizi, in particolare a quelli di natura governativa, che nel Africa meridionale sono incaricati di erogare servizi esclusivamente ai rifugiati. Esiste peraltro anche il problema di quanti hanno urgente bisogno di protezione, ma le cui pratiche sono disperse nel mucchio di quelle altrettanto urgenti riguardanti i migranti di sopravvivenza.

In risposta alle circostanze sempre nuove che connotano i paesi ospitanti, molti organismi che si battono per la tutela dei diritti umani invocano l'allargamento della definizione di rifugiato in modo tale da comprendere anche gli sfollati interni e quanti fuggono da un conflitto generalizzato. Ad ogni modo, nell'attuale clima politico è poco probabile che gli stati elaborino una bozza di convenzione sui rifugiati che effettivamente risponda alle necessità di queste popolazioni. Rinegoziare la Convenzione di Ginevra potrebbe rivelarsi una vera e propria riapertura del vaso di Pandora.

Per conseguire una migliore protezione delle popolazioni vulnerabili bisognerebbe semmai integrare la detta Convenzione attraverso l'effettiva attuazione dei trattati regionali. In tal caso si tratterebbe di esercitare pressioni sulle nazioni dell'Africa meridionale perché diano attuazione alla convenzione dell'Unione Africana sui rifugiati, la cui definizione è ben più ampia di quella delle NU, includendo anche le persone che fuggono da "eventi gravemente lesivi dell'ordine pubblico", e sollecitare gli stati aderenti ad applicare la convenzione africana anche laddove si tratti di sfollati interni.

Comunque, non è soltanto questione di buona volontà. Negli stati dell'Africa meridionale confluisce un numero sproporzionato di sfollati con la forza. Se da un lato è giusto che la comunità internazionale e la società civile premano perché la regione dia protezione a queste popolazioni vulnerabili, è anche giusto che si facciano in parte carico di questo onere attraverso una maggiore e più impegnativa opera di reinsediamento e un più significativo sostegno ai paesi più poveri che lottano per far fronte ai costi dell'accoglimento di rifugiati e richiedenti asilo.

Senza il concomitante sostegno di un migliore quadro legislativo e l'impegno internazionale di assistere ulteriormente i paesi ospitanti più poveri, sarà sempre più difficile assicurare che nel Sud dell'Africa siano rispettati i diritti degli sfollati con la forza.

Robyn Leslie, Capo responsabile del JRS Africa meridionale per l'Advocacy


Europa: Protezione dei rifugiati – illusione o realtà

 
Madre e figlio salvati dai flutti dopo il naufragio dell'imbarcazione su cui attraversavano il Mediterraneo. (F Noy/ UNHCR)

 
Bisogna riconoscere che gli stati europei violano non soltanto la legge internazionale, ma anche quella europea.  

Bruxelles, 20 giugno 2011 – Dall'inizio della cosiddetta "Primavera araba", e più in particolare dal conflitto armato esploso a metà febbraio 2011 in Libia, decine di migliaia di persone hanno cercato di fuggire dall'escalation di violenze nel Nord Africa per trovare protezione in Europa. Spesso le loro speranze sono letteralmente naufragate: quasi ogni settimana, infatti, si ha notizia di una qualche imbarcazione che si è inabissata in alto mare con il suo carico di esseri umani.

Sono vittime, queste, della impenetrabilità delle frontiere europee. Per anni l'Unione Europea e i suoi stati membri hanno fatto quanto in loro potere per mantenere i propri confini invalicabili ai migranti "indesiderati". E al contempo non si sono curati di stabilire politiche e procedure che consentissero l'identificazione e l'assistenza a quanti giungevano in Europa in cerca di protezione internazionale.

Al contrario, la cooperazione confinaria con i paesi di transito ha occupato un posto di tutto rilievo nell'agenda dell'EU, i cui stati hanno attuato nei confronti di questi paesi la politica della carota e del bastone, così da assicurare il controllo dei propri confini e impedire l'arrivo di migranti indesiderati.

Pochi mesi prima che iniziasse il conflitto libico, il Commissario e altri rappresentanti EU corteggiavano assiduamente il colonnello Gheddafi, dittatore di quel paese, col fine di assicurarsi la sua collaborazione attraverso l'applicazione delle sue politiche di controllo sui confini.

Di pari passo con le iniziative europee, diversi stati membri hanno avviato contatti bilaterali e concluso accordi con alcuni paesi di transito, di cui i casi più eclatanti sono gli stretti rapporti instaurati tra Spagna e Marocco, Mauritania e Senegal, fino a giungere ai recentissimi accordi stipulati tra Italia e Libia.

Chi giunge in Europa su barconi stracolmi, o attende in un campo rifugiati il reinsediamento in un paese terzo, spesso è sfuggito nel proprio paese a gravi violazioni dei diritti umani. La stragrande maggioranza della popolazione ospitata nel campo tunisino di Ras Jdir, per esempio, proviene da paesi come la Somalia, l'Eritrea, il Ciad e il Niger.

Un rapido sguardo attraverso i rapporti di Amnesty International e Human Rights Watch già coglie sufficienti dati circa la spaventosa situazione che in questi paesi si ha in fatto di diritti umani. Né si tratta di una tendenza recente: nel solo 2009, per esempio, approssimativamente il 60 percento dei richiedenti asilo approdati a Malta proveniva dalla Somalia, ed era inequivocabilmente bisognoso di protezione.

La scelta di serrare i confini, che non prevede al contempo alcuna misura di identificazione delle persone bisognose di protezione che si trovassero in paesi di transito, senza ombra di dubbio lascia dietro di sé vittime. A dispetto di ripetute assicurazioni da parte della politica europea, non si è concretizzato alcun meccanismo di protezione. Né il neo-costituito Ufficio di supporto europeo in materia di asilo, che si limita a fornire supporto tecnico agli stati membri, né l'Agenzia europea per il controllo dei confini FRONTEX hanno uno specifico mandato di protezione.

Lungi dall'essere eliminato è il rischio che persone che abbisognano di protezione vengano respinte nel corso di operazioni di controllo confinario. A sessant'anni dalla formale adozione della Convenzione del 1951 sullo status dei rifugiati, è chiaro che i governi europei stanno violando il principio fondante di questo lungimirante documento. Nella migliore delle ipotesi, poco se non nulla viene fatto per assicurare che a quanti necessitano di protezione internazionale essa venga effettivamente accordata; nella peggiore delle ipotesi, si fa in  modo da impedire l'arrivo di queste persone.

Dobbiamo ritenere a questo punto che il concetto di protezione sia diventato una mera illusione dopo soli 60 anni? Forse è una valutazione troppo pessimistica. Non ci dimentichiamo che la Convenzione viene riconosciuta come uno dei "trattati per un ordine mondiale" divenuto struttura portante di una prossima "costituzione globale".

Nessuna valutazione dell'effetto civilizzatore di un trattato che accordi diritti ai rifugiati, a coloro che non potendo più dipendere dal proprio governo per la protezione rimarrebbero privi di ogni diritto, sarà mai eccessiva.

In particolare, di massima importanza è il divieto di espulsione e di rinvio al confine di cui all'Articolo 33 (1) della Convenzione. Nel corso degli anni la clausola è divenuta parte della legge consuetudinaria internazionale da rispettarsi anche dagli stati non firmatari. Essa vieta categoricamente il rinvio in forma diretta o indiretta al suo paese di origine di qualsiasi persona che abbia fondato timore di persecuzione per qualsivoglia motivo specificato nella Convenzione.

L'accoglimento quasi universale di questa clausola ha permeato la giurisprudenza europea. La Convenzione del 1951 riguardante lo status dei rifugiati è ora parte integrante del diritto europeo. L'Articolo 18 della Carta dei diritti fondamentali, che stabilisce che il diritto di asilo sia  "garantito nel rispetto delle norme stabilite dalla convenzione di Ginevra del 28 luglio", ha la medesima valenza dei trattati fondativi dell'EU.

Va detto inoltre che l'Articolo 19 (2) della Carta va oltre quanto sancito dalla Convenzione sullo status dei rifugiati quando stabilisce che "nessuno può essere allontanato, espulso o estradato verso uno Stato in cui esiste un rischio serio di essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti".

Pur tuttavia, sui confini dell'EU la realtà è ben lontana dagli ideali espressi in questi documenti. In tutta franchezza, bisogna riconoscere che gli stati europei violano non soltanto la legge internazionale, ma anche quella europea. Fortunatamente le varie entità e figure che si battono in favore dei richiedenti asilo hanno il Diritto cui richiamarsi a sostegno e conferma dei propri interventi.

Esiste, infatti, tutto un corpus legislativo sulla materia che fa della protezione una realtà e non una mera illusione. Ed è giunta l'ora che la politica tutta – a livello nazionale quanto europeo – provveda a far sì che siano rispettate le norme, assicurando in tal modo un sistema di asilo onesto, aperto ed efficace a beneficio di chiunque ne abbia necessità.

Porre in evidenza la battaglia in favore di coloro cui è negata la protezione di stato vuol dire battersi per il rispetto dei valori in un confronto tra quanti pongono in primo piano l'umana esistenza  dei singoli, e quanti privilegiano la protezione dei confini nazionali. In questa battaglia, il Servizio dei gesuiti per i rifugiati trae ispirazione all'antico testo ebraico del Talmud: "Chiunque salva una vita, salva il mondo intero".

Stefan Kessler, Capo responsabile del JRS Europa per l'Advocacy


Stati Uniti: La Convenzione delle NU sui rifugiati del 1951 compie 60 anni

 
Se ai rifugiati viene consentito l'accesso ai servizi educativi e al mercato del lavoro, come previsto dalla Convenzione del 1951, potranno non soltanto rifarsi una vita ma anche dare un contributo alle rispettive comunità ospitanti. Amman, Giordania (Peter Balleis SJ/ JRS)

 
In anni recenti, tutti coloro che perorano questa causa – JRS compreso – hanno considerato con rinnovato interesse i diritti previsti dalla Convenzione e che sono tuttora troppo spesso ignorati, come il diritto alla libertà di movimento, all'occupazione e altri ancora di valore fondamentale per la dignità della persona.  

Washington DC, 20 giugno 2011 – Oggi, Giornata mondiale del rifugiato ci soffermiamo a riflettere sull'importanza della Convenzione delle NU sullo status dei rifugiati, siglata nel 1951 e che quindi è giunta al suo 60° anniversario.

In che misura ha retto la prova dei tempi questo documento che costituisce la base stessa della risposta internazionale alle necessità dei rifugiati? Sarà in grado questa fondamentale, formale affermazione dei diritti umani di far fronte nei prossimi decenni alle sfide sempre nuove che si porranno alla migrazione forzata?

Gli inizi

Traendo da tutta una serie di documenti preesistenti che trattavano di determinati aspetti dei diritti dei rifugiati, uno fra tutti la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, la Convenzione delle NU sullo status dei rifugiati era originariamente intesa a definire e a limitare la responsabilità degli stati firmatari nei confronti dei rifugiati sfollati dalla seconda Guerra Mondiale e dalle situazioni a essa immediatamente conseguenti.

La sua formulazione, pertanto, era influenzata tanto da interessi egoistici, quanto da preoccupazioni di natura umanitaria; ed è proprio in questo contesto che la Convenzione ha fissato la prima definizione universale di rifugiato e articolato i primi obblighi minimi che competono agli stati aderenti nei confronti di quanti rientrano nel campo di competenza della Convenzione stessa.

Nel tempo, la definizione di rifugiato – che riconosce il diritto alla protezione a fronte di un fondato timore di persecuzione su base razziale, religiosa, di nazionalità, di appartenenza a un determinato gruppo sociale o di pensiero politico – ha dato prova di una certa limitatezza, pur dimostrandosi sufficientemente flessibile da costituire per i singoli stati un utile punto di riferimento nel trattare un ampio ventaglio di situazioni determinate dallo sfollamento forzato.

La riprova dell'utilità di questa formale definizione risiede nel fatto che ben 147 stati hanno fin qui aderito alla Convenzione o al suo protocollo. Vale notare che il principio di non respingimento alla base della Convenzione, che si concretizza nel divieto di rispedire i rifugiati alla volta di quei paesi dove essi sarebbero esposti direttamente o indirettamente a forme di persecuzione, è ormai accettato come norma consuetudinaria internazionale. L'universalità di questo principio è tale che persino gli stati non aderenti esitano a infrangerlo.

Omissioni non sempre negative

Altrettanto significativo è ciò di cui la Convenzione difetta. Sorprende il fatto che non cercasse in alcun modo di definire il concetto di persecuzione, né in cosa si componesse un gruppo sociale – integrazione, questa, dell'ultima ora alla definizione di rifugiato che ne ha assicurato il successo.

Se da un lato la Convenzione afferma il diritto dei rifugiati a cercare riparo in altri stati, dall'altro non fa obbligo ad alcuno di essi di consentire l'accesso al proprio territorio. Questo fatto ha indotto alcuni stati a respingere rifugiati sui propri confini e interdire lo sbarco sulle proprie coste, in palese contraddizione con lo spirito, se non addirittura la lettera della Convenzione.

Inoltre, pur stabilendo la Convenzione il diritto dei rifugiati a cercare asilo, essa non impone ai singoli stati di concedere ai rifugiati asilo nel proprio territorio, con la conseguenza che molti di essi permangono in una posizione indefinita.

L'insistenza della Convenzione sul principio del non respingimento, senza peraltro assicurare che esso vada di pari passo con la garanzia di accesso a una delle tre possibili soluzioni a lungo termine – integrazione a livello locale, rimpatrio volontario, reinsediamento in un paese terzo – ha prodotto conseguenze impreviste. Ha infatti contribuito a produrre situazioni che vedono i rifugiati costretti a sopravvivere alla meglio nei campi per anni, se non per decenni, senza poter rientrare nei rispettivi paesi, e senza che sia data loro la possibilità di integrarsi nelle società ospitanti o eventualmente trasferirsi in paesi terzi.

Il "carico" di rifugiati che ne risulta e che comporta un costo altissimo in termini sia di sofferenza umana che di impiego di risorse locali e internazionali, è forse la conseguenza più preoccupante e non prevista dalla Convenzione.

Va detto ancora che la Convenzione non prevede la costituzione di un qualsivoglia organismo o struttura che sovrintenda sul rispetto degli obblighi da essa imposti. Ne consegue che l'interpretazione della Convenzione e delle forme di protezione da essa previste è lasciata ai singoli stati firmatari, ai diversi raggruppamenti regionali e all'Agenzia delle NU per i rifugiati (UNHCR). Ciò si è riconosciutamente dimostrato un suo punto di notevole debolezza, in quanto i vari stati spesso subordinano i propri obblighi ai rispettivi interessi di ordine politico.

Si può tuttavia argomentare che si tratta di un'omissione funzionale alla partecipazione di quanti più stati possibile, e che l'apertura della Convenzione a reinterpretazioni alla luce di circostanze in costante evolversi ha contribuito nel tempo a un rinnovamento del pensiero e della pratica che ha portato a una più evoluta interpretazione del concetto di protezione dei rifugiati che si articola in più direzioni a questi favorevoli.

Aperta a nuove interpretazioni

Se i critici hanno periodicamente sollevato dubbi sulla perdurante validità della Convenzione alla luce della crescente complessità del fenomeno della migrazione forzata, il fatto stesso che essa non tenti di prevedere ogni circostanza cui potrebbe applicarsi si è dimostrato un vantaggio non indifferente.

In questi ultimi decenni, l'interpretazione della definizione di rifugiato si è allargata fino a comprendere forme di persecuzione non previste dai firmatari originari. A titolo di esempio, oggi si prende in considerazione la persecuzione da parte di entità non di stato, come ad esempio gruppi ribelli, laddove lo stato stesso non intenda o non sia in grado di proteggere i propri cittadini. Anche il concetto di appartenenza a un particolare gruppo sociale è stato esteso ed è spesso applicato a gruppi di nuova individuazione, come le vittime di violenza di genere.

È difficile che nell'elaborare una più puntuale definizione di rifugiato, sessant'anni fa si potessero prevedere i cambiamenti di ordine politico e sociale che sono alla base di questo processo evolutivo.

Uno sguardo in avanti

Nel momento in cui la Convenzione entra nel suo settantennio, laddove si tratta di affrontare i gravi vuoti legislativi in fatto di protezione dei rifugiati, i governi, gli organismi internazionali e la comunità che si batte per il rispetto dei diritti umani continuano a richiamarsi alle sue norme. In anni recenti, tutti coloro che perorano questa causa – JRS compreso – hanno considerato con rinnovato interesse i diritti previsti dalla Convenzione e che sono tuttora troppo spesso ignorati, come il diritto alla libertà di movimento, all'occupazione e altri ancora di valore fondamentale per la dignità della persona.

La Convenzione, applicata di pari passo con altri strumenti complementari a tutela dei diritti umani, diviene così la base di un nuovo movimento che si batte con e per conto dei rifugiati cosicché essi siano protetti da ogni nocumento, sia riaffermata la loro autonomia sul piano umano, ed essi trovino sostegno nelle loro aspirazioni. Tutto fa ritenere che la Convenzione permarrà un documento vitale che si evolverà nel tempo, mano a mano che comprenderemo più a fondo le esigenze e le necessità dei rifugiati.

Mitzi Schroeder, Direttore per le Politiche del JRS USA


America Latina: a 60 anni dalla ratifica della Convenzione sui rifugiati, la Dichiarazione di Cartagena riconferma la sua validità

 
Numerosi sono i colombiani costretti a fuggire da esplosioni di violenza generalizzata, compresa quella scatenata da gruppi paramilitari e guerriglieri. Non potendo dimostrare concretamente la fondatezza del loro timore di atti persecutori, troppo spesso si vedono negare il riconoscimento dello status di rifugiati. Panama (Peter Balleis SJ/ JRS)

 
È stato negato lo status di rifugiati a numerosi richiedenti asilo che erano fuggiti da situazioni di "violenza generalizzata" e non da persecuzione individuale. Nella categoria "violenza generalizzata" rientrano le vittime di paramilitari e altre entità non di stato, criterio che viene applicato indiscriminatamente dal governo panamense.  

Bogotá, 20 giugno 2011 – Oggi il mondo si ferma a commemorare i milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case per timore di persecuzione e che non possono fare ritorno là dove avevano intessuto le proprie esistenze.

In questo anno 2011, la commemorazione ha un particolare valore: sono trascorsi 60 anni dalla formale adozione della Convenzione delle NU del 1951 relativa allo status dei rifugiati, pilastro della legislazione internazionale su questa popolazione, che ha consentito a milioni di rifugiati ad accedere alla protezione internazionale e a trovare a soluzioni durevoli allo sfollamento cui erano stati costretti.

L'America Latina non è rimasta immune dalle dinamiche globali dei conflitti interni e fra stati. In effetti è stata teatro della più lunga crisi umanitaria di questi ultimi anni, di cui  epicentro è la Colombia. Dalla fine degli anni '90 in poi, il conflitto armato colombiano è divenuto un qualcosa di ben più grave di un'ostilità interna al paese, tramutandosi nella principale crisi umanitaria del continente connotata da indicibili violenze.

Allargandosi gli effetti di questa situazione al di fuori dei confini del paese, una delle conseguenze più drammatiche del conflitto è stata il dilagare di centinaia di migliaia di colombiani costretti a cercare protezione internazionale; fenomeno, questo, che ha avuto un impatto particolare sugli stati confinanti di Ecuador, Panama e Venezuela.

Per comprendere le dimensioni della crisi è necessario analizzare un po' più da vicino i dati statistici riguardanti lo sfollamento e il fenomeno dei rifugiati. Secondo fonti governative, tra il 1997 e il 31 dicembre 2010, oltre 3,6 milioni di colombiani sono stati costretti allo sfollamento a causa delle violenze in atto. Stando alle ONG, come il Centro di monitoraggio sullo sfollamento interno, la cifra raggiungerebbe addirittura i 5,2 milioni di persone, vale a dire il 10 percento della popolazione totale del paese.

Oltre agli sfollati interni vanno considerate le persone costrette a fuggire dalla Colombia. Tra richiedenti asilo e rifugiati riconosciuti tali, si calcolano attualmente presenti in Ecuador oltre 100.000 colombiani. Da uno studio condotto nel 2008, risultavano allora presenti nel paese più di 135.000 colombiani bisognosi di protezione internazionale

A queste cifre vanno aggiunte 180.000 presenze in Venezuela e 15.000 a Panama. In totale circa 330.000 colombiani sono stati costretti a trovare riparo nei paesi confinanti a causa del clima di violenza.

Ciò nonostante, stando ai dati relativi al processo di determinazione del diritto all'asilo il numero dei rifugiati riconosciuti cometali è estremamente basso. Ciò si deve in parte al contenuto numero di domande di riconoscimento dello status, e in parte alla bassa percentuale di pratiche giunte a buon fine, situazione illustrata nella seguente tabella:

 PaesePersone bisognose di protezione internazionale

Domande
% del totale
Rifugiati riconosciuti
cometali
% of totale
 Venezuela180,000
14,604
8
1,364
1
 Panama 15,000792
5
1,075
7
 Ecuador 135,00050,000
37
53,973
40
  



 Totale 330,00065,396
20
56,412
17
Fonti: varie (UNHCR, Consilio per i diritti umani – Panama, Ministero degli affari esteri – Ecuador)

Da questa tabella emergono due interrogativi: perché soltanto il 20 percento dei bisognosi di protezione ne fanno domanda, e per quale motivo la percentuale dei riconoscimenti è così bassa? Per dovere di chiarezza va fatto presente che le cifre di cui sopra si riferiscono al totale delle domande, a prescindere dalla nazionalità dei richiedenti, e non soltanto a colombiani che comunque ne sono la stragrande maggioranza.

Il motivo principale per cui i colombiani non chiedono asilo va ascritto alla non conoscenza dei benefici che deriverebbero dall'aver presentato domanda, così come dei benefici di legge in generale. Essi temono l'espulsione e la detenzione, misure che sarebbero in violazione di due principi fondamentali della legge internazionale sui rifugiati: il divieto di respingimento e la non sanzionabilità.

Diverse ipotesi spiegherebbero il basso tasso di riconoscimenti dello status di rifugiati ascrivibile a questi paesi, tra cui:
  • efficienza delle procedure di asilo;
  • disponibilità dei governi a concedere protezione; e
  • incapacità della legislazione vigente di assicurare il riconoscimento dello status di rifugiati.
Esaminando attentamente i dati statistici, si notano significative differenze tra i tre paesi. In Venezuela soltanto all'uno percento di quanti abbisognano di protezione viene riconosciuto lo status di rifugiato; a Panama si si arriva al sette percento; mentre in Ecuador la cifra balza al 40 percento.

L'esperienza maturata tra il 2009 e il 2010 dal JRS Ecuador con il processo di registrazione perfezionato, programma appoggiato dal governo ecuadoriano e dall'Agenzia delle NU per i rifugiati (UNHCR), può essere illuminante. Nel caso specifico si è trattato di  una massiccia campagna condotta sulle fasce confinarie del paese che ha consentito di effettuare nell'arco di una sola giornata la registrazione, l'esame e la risoluzione della singola pratica di asilo. Grazie a questo programma, in un solo anno a oltre 27.000 colombiani è stato riconosciuto lo status di rifugiati.

Ciò è in forte contrasto con l'esperienza fatta l'anno scorso dal JRS a Panama e Venezuela. Lì, infatti, è stato negato lo status di rifugiati a numerosi richiedenti asilo che erano fuggiti da situazioni di "violenza generalizzata" e non da persecuzione individuale. Nella categoria "violenza generalizzata" rientrano le vittime di paramilitari e altre entità non di stato, criterio che viene applicato indiscriminatamente dal governo panamense. In Venezuela le domande di riconoscimento sono spesso considerate prive di fondate motivazioni, il che dà alle autorità un ampio margine di discrezionalità nel valutare le cause della fuga dal paese di origine.

Grazie all'impatto esercitato dal processo di registrazione perfezionato applicato in Ecuador, l'agenzia per i rifugiati venezuelana sta ora conducendo una campagna di sensibilizzazione, che tuttavia non ha portato fin qui a un significativo aumento dei casi di riconoscimento dei richiedenti asilo.

Se si esamina il processo di definizione di rifugiato attuato in Ecuador, si scopre che esso prevede clausole non rientranti nella Convenzione delle NU del 1951. Qui i rifugiati sono considerati persone "fuggite dal paese di origine in quanto la loro vita, sicurezza o libertà erano messe a rischio da situazioni di violenza generalizzata, aggressione esterna, conflitto interno, massiccia violazione dei diritti umani o altre circostanze gravemente lesive dell'ordine pubblico".

Questa definizione di più ampio respiro contenuta nella legislazione ecuadoriana rispecchia lo spirito della Dichiarazione di Cartagena sui rifugiati del 1984. Inoltre il processo di registrazione perfezionato costituisce un esempio di come uno strumento regionale fondato su un'analisi delle particolari circostanze di  asilo possa rappresentare un fattore decisivo nel fornire una protezione efficace a migliaia di latinoamericani sfollati con la forza.

La definizione più ampia di rifugiato adottata in Ecuador è alla base del successo del processo di registrazione perfezionato, divenuto così ben più di una mera buona intenzione.

La Giornata mondiale del rifugiato va presa quest'anno come un'occasione per sollecitare i governi dell'America Latina a incorporare le norme della Dichiarazione di Cartagena nelle rispettive legislazioni nazionali, rafforzando così i legami di solidarietà che caratterizzano la regione e fornendo ai rifugiati una maggiore protezione.

Juan Felipe Carrillo, responsabile regionale per l'Advocacy, JRS America Latina e Caraibi


  JRS DISPATCHES è inviato dall’Ufficio Internazionale del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, Borgo Santo Spirito 4, 00193 Roma, Italia. Tel: +39-06 689.77.386; Fax: +39-06 688 06 418; Email: dispatches@jrs.net; JRS on-line: http://www.jrs.net; Editore: Peter Balleis SJ; Redattore: James Stapleton; Traduzioni: Carles Casals (spagnolo), Nicole Abbeloos (francese), Simonetta Russo (italiano).

[JRS Dispatches Italiano] N. 301, edizione speciale per la Giornata Mondiale del Rifugiato
Editor: James Stapleton