Dispatches è un bollettino quindicinale dell'Ufficio Internazionale del JRS inviato via e-mail, che pubblica notizie riguardanti i rifugiati, comunicati stampa, articoli di approfondimento e aggiornamenti sui progetti in corso inviati dal nostro personale sul campo.


  Ufficio Internazionale: portare speranza in mezzo alla disperazione

 
Peter Balleis SJ JRS Direttore Internazionale

 
Ricordiamo gli inizi del lavoro del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, quando il nostro fondatore, Pedro Arrupe SJ, ha provato compassione per il dramma dei boatpeople in Indocina e perciò, esattamente 31 anni fa, ha istituito il JRS.  

Roma, 14 novembre 2011 – Perché? Perché? Continuo a farmi la stessa domanda quando mi trovo davanti a violenza cieca, guerre e migrazioni forzate. E'così difficile darsi delle risposte che non appaiano prive di senso e che non finiscano per portarci alla disperazione.

"Sia i rifugiati che coloro che li accompagnano sono in qualche modo portati a chiedersi se il male e la distruzione abbiano avuto il sopravvento nell'esistenza umana. L'esilio spesso solleva questioni di natura religiosa – questioni sul senso profondo della vita", scrive David Hollenbach SJ nella sua riflessione per un gruppo di operatori del JRS e teologi che si sono incontrati presso il Boston College all'inizio dello scorso ottobre.

Hanno riflettuto insieme sul fondamento teologico, spirituale e etico del lavoro del JRS, su eventi reali della loro vita e della vita dei rifugiati. Erano in cerca di senso.

Una di queste storie era quella di Thomas, un giovane richiedente asilo in detenzione in Australia, che dopo aver aspettato per anni l'esito della propria richiesta d'asilo, in preda a una profonda disperazione, ha tentato il suicidio. Per fortuna è stato salvato da un suo compagno richiedente asilo che, per caso, era un medico ed è riuscito a tener viva la speranza per se stesso e per Thomas.

All'inizio di questo mese, condivideremo con voi queste storie e riflessioni di disperazione e speranza. Pubblicheremo anche una sintesi del lavoro del JRS nelle 10 regioni in cui operiamo in tutto il mondo, nella sezione 'Dove lavoriamo' del nostro sito web. 

La mappa del sito accompagnerà te che leggi in ciascuna delle regioni, offrendoti una panoramica dei servizi del JRS. Nei prossimi mesi pubblicheremo una breve descrizione degli oltre 180 progetti che stiamo portando avanti nel mondo.

Ciascun progetto rifletterà un luogo e una situazione in cui le persone vivono, come rifugiati, richiedenti asilo o sfollati interni, in mezzo alla violenza, all'emarginazione e alla disperazione, ma dove comunque si possono trovare segni di speranza. La missione del JRS consiste nell'accompagnare i rifugiati e trasformare la loro disperazione in nuova speranza attraverso servizi concreti e il lavoro di advocacy per ottenere soluzioni durevoli ai drammi che stanno vivendo.

Ricordiamo gli inizi del lavoro del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, quando il nostro fondatore, Pedro Arrupe SJ, ha provato compassione per il dramma dei boatpeople in Indocina e perciò, esattamente 31 anni fa, ha istituito il JRS.

Il direttore dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati gli chiese, allora, di coinvolgere i gesuiti per lavorare nei campi in Tailandia. Tante altre organizzazioni erano impegnate a organizzare gli interventi di emergenza, troppo impegnate per passare del tempo per visitare i rifugiati e chiedere loro come stavano.

Da allora migliaia di operatori del JRS – laici, gesuiti, religiosi – hanno cercato prima di tutto di essere con i rifugiati, di accompagnarli e di portare loro una parola, un gesto e un servizio di speranza in mezzo alla disperazione.

Cordialmente,

Peter Balleis SJ
Direttore del JRS Internazionale


Repubblica Democratica del Congo: nuovi rischi per gli sfollati nel Kivu Nord

 
La diceria diffusa dai leader di villaggio secondo la quale gli sfollati sarebbero obbligati ad andarsene ha suscitato tensione nel campo rifugiati di Mweso, distretto di Masisi, RDC orientale. (Peter Balleis, SJ/JRS)

 
I leader locali stanno manipolando le recenti dichiarazioni del World Food Programme delle NU (WFP), afferma ancora il JRS, diffondendo il messaggio che gli IDP non riceveranno più alcuna assistenza alimentare e devono lasciare i campi.  

Goma, 18 novembre 2011 – Il JRS Grandi Laghi riferisce come, nel tentativo di espropriare dei terreni, i leader del villaggio di Mweso nel Congo orientale stiano cercando di allontanare gli sfollati (IDP) seminando la paura per spingerli ad abbandonare i campi.

I leader locali stanno manipolando le recenti dichiarazioni del World Food Programme delle NU (WFP), afferma ancora il JRS, diffondendo il messaggio che gli IDP non riceveranno più alcuna assistenza alimentare e devono lasciare i campi.

Alla fine del mese scorso, per far sì che gli IDP capiscano che se ne devono andare, di fronte a molte abitazioni del campo Kalembe Remblais sono stati piantati dei banani. Gli sfollati, che già hanno dovuto affrontare tante sfide nella regione del Kivu Nord colpita dal conflitto, hanno reagito con rabbia, provocando un aumento significativo del livello di tensione già presente nel campo.

L'opera di mediazione tra operatori delle ONG, tra i quali membri del personale del JRS, ha convinto i leader di villaggio a rimuovere gli alberi di banano, ristabilendo così la calma all'interno del campo.

Una nuova strategia per assistere gli IDP

A partire dal 1° novembre, il WFP ha introdotto una nuova strategia di assistenza alimentare per gli IDP che risiedono nel distretto di Masisi dove questo tipo di assistenza gratuita è fornita in base alla vulnerabilità, e non dipende dalla condizione di sfollato come era in precedenza.

Secondo una recente indagine del WFP, meno dei due terzi delle famiglie di IDP che risiedono in cinque campi a Masisi, ovvero il 63 percento, continuerà a ricevere assistenza alimentare. Il restante 37 percento riceverà invece altre forme di assistenza che li aiutino a diventare indipendenti.

Le ricerche sulla vulnerabilità sono tuttora in corso, e non è quindi ancora possibile avviare la nuova strategia nei 24 campi di Mweso. Sia ai leader di villaggio sia agli IDP sono tuttavia giunte indiscrezioni circa i criteri per stabilire la vulnerabilità.

"Il problema maggiore è che i leader di villaggio stanno manipolando la strategia del WFP, riferendo agli IDP che il WFP vuole che tutti i gruppi non vulnerabili lascino il campo. E questo non è affatto vero. Il WFP e le ONG sul campo devono prendere misure affinché questo punto sia inequivocabilmente chiaro sia alle autorità locali sia agli IDP che risiedono nel campo", ha spiegato Danilo Giannese, responsabile della comunicazione e l'advocacy del JRS Grandi Laghi.

Abbandonati?

Eppure, a quanto afferma Giannese, questo approccio non è privo di rischi. Uno dei possibili esiti è che i gruppi più vulnerabili, come i disabili, gli anziani e gli orfani, rischino di essere abbandonati nei campi perché altri membri delle comunità, non avendo diritto agli aiuti alimentari, decidono di andarsene.

"La stessa strategia è stata utilizzata nel 2009 nei campi di Goma, capitale provinciale del Kivu Nord in cui l'assistenza alimentare era prevista soltanto per le persone in condizioni di vulnerabilità. Gli IDP che non ne avevano diritto lasciarono il campo abbandonando genitori, fratelli, sorelle e parenti vulnerabili", ha raccontato Beatriz Garcia, direttore di progetto del JRS che opera a Mweso con i gruppi vulnerabili.

"Dopo due anni, solo i malati cronici, gli anziani e gli affetti da malattie mentali risiedono ancora  nel campo Mugunga III a Goma. Continuano a ricevere assistenza da agenzie umanitarie internazionali, ma non sono più insieme alle loro famiglie", ha soggiunto la Garcia.

"La comunità internazionale ha consentito alle popolazioni IDP di lasciare il campo e sottrarsi alla responsabilità verso i parenti in condizioni di vulnerabilità. Oggi, nutriamo veramente la speranza che gli IDP vulnerabili di Masisi non siano abbandonati", ha concluso Beatriz Garcia.

Tunisia: affrontare l'incertezza del futuro nel campo

 
Per le donne del campo rifugiati di Choucha in Tunisia, lavorare all'uncinetto è un modo per dar vita a una comunità e affrontare lo stress che deriva dall'incertezza del futuro. (Sr Wonok/Piccole sorelle di Gesù)

 
Tutto è fuori dalla nostra portata. Ciò che possiamo fare è fornire un po' di aiuto e ascoltare i rifugiati, ha detto sr Wonok  

Roma, 16 novembre – Nel corso di una visita a Roma, Elisabeth Wonok delle Piccole Sorelle di Gesù ha condiviso i suoi timori  circa il destino di quanti risiedono nel campo di Choucha in Tunisia, al confine con la Libia, senza che il loro status di rifugiati sia stato ufficialmente riconosciuto.

Il JRS ha espresso preoccupazione per i molti rifugiati non riconosciuti - soprattutto africani della zona sub-sahariana – che, sebbene non ritenuti aventi diritto al reinsediamento in paesi terzi, sostengono di non poter tornare nei paesi di origine.

Questi rifugiati hanno raccontato al JRS di non poter tornare a casa e di temere il rientro in Libia, perché spesso giunge loro notizia di attacchi compiuti contro connazionali che lì risiedono.

Parlando con il JRS, sr Wonok, che viene dalla Corea del Sud e al momento lavora presso il campo di Choucha in Tunisia, ha espresso viva preoccupazione per il destino degli adolescenti e dei giovani che in molti casi si appoggiano ad altre famiglie rifugiate per avere sostegno. Ha raccontato come molti di questi giovani adolescenti vivano al momento in comunità con famiglie rifugiate, e quanto la impensierisca il fatto che possano non essere in grado di farcela da soli qualora le famiglie fossero reinsediate.

Molti paesi industrializzati, che negli ultimi mesi si sono dichiarati disponibili al reinsediamento di rifugiati, devono ancora arrivare in Tunisia e cominciare a colloquiare i candidati al reinsediamento.

Come pone in evidenza sr Wonok, con il rapido evolversi della situazione in questi ultimi mesi il problema maggiore è diventato il livello di incertezza che circola tra i residenti del campo. Nelle settimane più recenti, il numero dei campi rifugiati al confine con la Libia si è ridotto da tre a uno, e sebbene migliaia di libici siano rientrati a casa, il destino della popolazione sub-sahariana non è ancora chiaro.

Con il diminuire dei rifugiati, sembra che molte ONG e agenzie delle NU stiano gradualmente diminuendo il proprio sostegno. Cibo e cure mediche sono ancora garantite, ma il JRS teme che nel futuro l'erogazione di questi servizi potrebbe venire meno.

Il JRS in Tunisia

Al momento, il JRS sta operando al confine con la Libia nel campo rifugiati Choucha che ospita circa 3.700 rifugiati. Negli ultimi sei mesi, il JRS ha fornito sostegno psicosociale e accompagnamento a circa 230 donne rifugiate. Sr Mercy Mbugua opera in questo campo dove aiuta a insegnare alle donne l'uncinetto. Sebbene a molti possa sembrare un'attività relativamente insignificante, sr Wonok ci ha raccontato quanto riesca invece ad aiutare le donne ad affrontare la crisi.

"La più grande soddisfazione è quella di vederle tornare alla vita. Con ciò che realizzano sono in grado di vestire i propri figli e fare piccoli regali alla famiglia e agli amici", ha raccontato.

Parlando delle frustrazioni che prova nel lavorare sul campo, ci ha detto: "Tutto è fuori dalla nostra portata. Ciò che possiamo fare è fornire un po' di aiuto e ascoltare i rifugiati".

Cambogia: ordigni inesplosi trovati vicino alla scuola

 
Più di 100 ordigni esplosivi rinvenuti nel raggio di cinque chilometri da una scuola minacciano la vita degli studenti, Phnom Kpaus, Cambogia. (Javier Olaguivel/JRS)

 
Spezza davvero il cuore vedere cambogiani costretti a vivere e lavorare in zone disseminate di cartelli come "Pericolo!! Mine!!" perché non hanno un altro posto dove andare o un altro modo per guadagnarsi da vivere, ha detto Javier Olaguivel, che lavora nella vicina diocesi di Battambang e coopera con il JRS Cambogia  

Battambang (Cambogia), 9 novembre 2011 – Nelle vicinanze di una piccola scuola della Cambogia nordoccidentale sono stati trovati 100 ordigni inesplosi.

Gli ordigni – tra cui mine antipersona e anticarro, e munizioni a grappolo – sono state trovate in un raggio di 5 chilometri di distanza dalla scuola e alcune addirittura a non più di 100 metri da aree che alunni e abitanti del villaggio frequentano quotidianamente.

La scuola, che si trova in un villaggio di circa 500 abitanti, Phnom Kpaus, è frequentata da 84 studenti.

"Per fortuna, nell'ultima settimana tutto il villaggio è stato disseminato di segnali che ricordano agli abitanti l'esistenza di questi ordigni letali", ha detto Javier Olaguivel, che lavora nella vicina diocesi di Battambang e coopera con il JRS Cambogia.

"Come potete vedere, in Cambogia le mine antipersona e le bombe a grappolo continuano a essere un caso non isolato, anzi un problema ben lontano dal potersi dire risolto. Ci sono ancora più di quattro milioni di mine e bombe a grappolo in attesa di distruggere la vita delle persone anche in aree ritenute sicure, come il villaggio di Phnom Kpaus", ha proseguito Olaguivel.

"Spezza davvero il cuore vedere cambogiani costretti a vivere e lavorare in zone disseminate di cartelli come "Pericolo!! Mine!!" perché non hanno un altro posto dove andare o un altro modo per guadagnarsi da vivere" ha soggiunto Javier Olaguivel.

Il JRS è dell'opinione che situazioni evidenti come questa ci ricordano come prima che l'opera di bonifica venga portata a termine, c'è bisogno di molto più aiuto, non solo in Cambogia ma in tanti altri paesi i cui terreni sono abbondantemente minati. E sottolinea con chiarezza l'importanza della messa al bando della produzione, dello stoccaggio e dell'utilizzo di queste armi.

Per leggere il comunicato stampa sull'imminente revisione della Convenzione sulle armi convenzionali, vedi: http://www.jrs.net/news_detail?TN=NEWS-20111109080254&L=IT e per avere informazioni sull'impegno dell'organizzazione nelle campagne internazionali, vedi: http://www.jrs.net/advocacy?L=IT

Panama: il governo garantisce la residenza permanente ai colombiani

 
Dopo dieci anni, gli sfollati con la forza colombiani ricevono la residenza permanente, Darién, Panama. (Sergi Camara/JRS)

 
Dopo anni di sacrificio e di attesa, la pubblicazione di questa documentazione consentirà a molte famiglie colombiane di integrarsi dignitosamente nelle società ospitanti, e realizzare così il sogno di migliorare la qualità della propria vita.  

Panama City, 2 novembre 2011 – Il Forum nazionale migranti e rifugiati accoglie con favore l'approvazione della nuova legge di protezione umanitaria che garantisce residenza permanente ai migranti forzati colombiani che risiedono nella regione confinaria del Darién da più di 10 anni.

La popolazione, cui era stata garantita protezione temporanea in linea con il Decreto n. 23 del 1998 sono vissuti in condizioni di vulnerabilità sin dal loro arrivo, vedendosi negare i diritti umani di base, tra cui la libertà di movimento all'interno del paese, l'accesso al mercato del lavoro, l'assistenza sanitaria e i servizi educativi.

Per più di 10 anni, questa popolazione è stata soggetta a continue minacce in territorio panamense a causa della natura precaria del proprio status giuridico, e alcuni gruppi di migranti forzati non sono neppure inclusi nel registro ufficiale.

La nuova legislazione sulla protezione temporanea, che garantisce loro la residenza permanente, è un passo avanti nel processo di riconoscimento della dignità all'istituzione dell'asilo.

Dopo anni di sacrificio e di attesa, la pubblicazione di questa documentazione consentirà a molte famiglie colombiane di integrarsi dignitosamente nelle società ospitanti, e realizzare così il sogno di migliorare la qualità della propria vita.

Noi firmatari riteniamo che questa decisione abbia ricevuto impulso dagli sforzi combinati e coordinati delle organizzazioni per i diritti umani nazionali e internazionali.

Chiediamo alle istituzioni responsabili di porre in essere la legislazione e di voler realizzare con urgenza un piano globale che consenta ai gruppi di migranti forzati non inclusi nel censimento del 2004 di avere diritto allo status di rifugiati.

Organizzazione firmatarie:
Centro de Asistencia Legal Popular
Instituto de Estudios Nacionales, Panama
Commissione Giustizia e Pace
Caritas
Hebrew Immigrant Aid Society
Vicariato di Darien
Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati

Per maggiori informazioni, contattare:

Minerva Vitti
Comunicazione e Advocacy
Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati America Latina e Caraibi
Tel: +58 (0212) 5631018

Internazionale: il JRS sollecita gli stati a tener fede alle norme stabilite nella Convenzione sulla messa al bando delle munizioni a grappolo

 
Munizioni a grappolo nell'oliveto (Simon Conway). Foto pubblicata sul sito web della Coalizione contro le munizioni a grappolo

 
Condannare l'impiego di determinati armamenti applicando i fermi divieti stabiliti dalla Convenzione sulle munizioni a grappolo costituisce uno strumento ben più efficace nel condizionare i comportamenti di organizzazioni non ufficiali rispetto alle norme blande e permissive che attualmente vengono applicate in base alla CCW.  

Roma, 9 novembre 2011 – Il Servizio dei gesuiti per i rifugiati esprime preoccupazione riguardo alla prossima revisione della Convenzione sulle armi convenzionali (CCW). Nel caso in cui venisse approvato l'attuale protocollo sulle munizioni a grappolo, risulterebbe accettato l'impiego regolare di queste munizioni, notoriamente causa di conseguenze inaccettabili sulla popolazione civile.

Il JRS pertanto sollecita gli stati a impegnarsi fattivamente nelle trattative cruciali che si svolgeranno durante la prossima Conferenza di revisione della Convenzione che si svolgerà a Ginevra nei giorni 14-25 novembre, e di tutelare le norme stabilite nella Convenzione stessa. Gli stati che si sono impegnati a che il mondo sia liberato dal pericolo di dimensione umanitaria rappresentato dall'impiego delle munizioni a grappolo dovrebbero rifiutarsi di sottoscrivere la nuova bozza.

Condannare l'impiego di determinati armamenti applicando i fermi divieti stabiliti dalla Convenzione sulle munizioni a grappolo costituisce uno strumento ben più efficace nel condizionare i comportamenti di organizzazioni non ufficiali rispetto alle norme blande e permissive che attualmente vengono applicate  in base alla CCW.

Il JRS concorda con la Coalizione contro le munizioni a grappolo nel sostenere che il protocollo proposto causerebbe più danni sul piano umanitario che benefici. Sostiene infatti la Coalizione che esso potrebbe addirittura indurre una maggiore produzione e conseguente impiego di munizioni a grappolo, rappresentando così un accresciuto rischio umanitario in questo ambito rispetto allo status quo.

Gli stati membri della Coalizione dovrebbero approfittare della Conferenza di revisione della Convenzione per dare impulso alle norme ivi contenute e battersi perché essa trovi attuazione a livello universale. La Convenzione del 2008 contro le munizioni a grappolo rappresenta il criterio in base al quale andrebbero giudicati tutti indistintamente gli stati, e questi da parte loro dovrebbero via via adeguarvisi appieno.

Il testo del nuovo protocollo è poco incisivo e consente innumerevoli scappatoie. Propone, per esempio, la messa al bando soltanto delle munizioni a grappolo di produzione antecedente il 1980. Quando la CCW fosse adottata e resa efficace, questi armamenti sarebbero vecchi di oltre 40 anni, quindi comunque accantonati dai vari eserciti, indipendentemente da quanto prescritto dalla stessa CCW.

Va detto inoltre che il testo consente legalmente agli stati di impiegare munizioni a grappolo con un dichiarato tasso di malfunzionamento dell'1% o inferiore. In sede di dibattito per la Convenzione di Oslo, si è dimostrato che in situazioni  belliche il tasso di malfunzionamento è superiore rispetto ai dati sperimentali, tanto da raggiungere livelli del 15%.

Se nel proporre il nuovo protocollo nel contesto della CCW il fine dichiarato è quello di far fronte al pressante rischio umanitario posto dall'impiego delle munizioni a grappolo, la bozza in effetti prevede un lungo periodo di transizione che di fatto consentirebbe di dilazionare l'entrata in vigore delle nuove norme di almeno 12 anni, permettendo così agli stati di usare determinati tipi di munizioni a grappolo che l'esperienza dimostra essere causa di inaccettabili conseguenze sul piano umanitario.

Ne consegue che, anche dopo aver sottoscritto l'accordo, al singolo stato sarebbe consentito per oltre un decennio di crearsi scorte e impiegare tipi di munizioni a grappolo provatamente causa di inaccettabili conseguenze umanitarie. Ne deriverebbe un più elevato rischio di nuove contaminazioni di territori civili, oltre che un prolungato carico economico tanto per gli stati colpiti che per quelli donatori.

Note:

A seguito della firma del trattato di messa al bando delle mine terrestri, gruppi della società civile – tra cui il JRS – hanno costituito la Coalizione contro le munizioni a grappolo, concentrando maggiormente le proprie attività di advocacy sul divieto d'uso di questi armamenti che nel deflagrare disperdono centinaia di submunizioni su un'area grande come diversi campi di calcio. Al pari delle mine terrestri, le munizioni o bombe a grappolo non sempre esplodono all'impatto con l'obiettivo, costituendo così un concreto pericolo di morte per chiunque frequenti il luogo. Va detto che buona parte delle munizioni a grappolo cadono su zone che non costituiscono obiettivi militari.

Dopo anni di campagne, nel maggio 2008 esponenti di 107 paesi sono convenuti a Dublino (Irlanda) per negoziare e infine adottare un trattato per la messa al bando delle bombe a grappolo, che peraltro assicura assistenza alle comunità colpite da questo tipo di armamenti. La Convenzione sulle munizioni a grappolo (CCM) ne vieta l'impiego, lo stoccaggio, la produzione e il trasferimento. Una serie di articoli distinti della Convenzione riguardano l'assistenza alle vittime, la bonifica delle aree contaminate e la distruzione delle scorte. Con la sua entrata in vigore il 1 agosto 2010, la Convenzione è assurta a legge internazionale vincolante.

Il JRS opera in oltre 50 paesi distribuiti in tutti e sei i continenti. Può contare su un organico costituito da più di 1.000 persone: laici, gesuiti e altri religiosi che si prodigano nel rispondere alle esigenze di carattere educativo, sanitario, sociale e di altra natura di oltre 450.000 rifugiati e sfollati, di cui più della metà è rappresentata da donne. I servizi sono forniti ai rifugiati indipendentemente dalla loro razza, origine etnica o credo religioso.

Per saperne di più sulla partecipazione del JRS a campagne internazionali, vedi: http://www.jrs.net/advocacy?L=IT
Per particolari sulla recente scoperta di ordigni esplosivi nei pressi di una scuola in Cambogia, clicca  su: http://internationaljrs.com/IOR/news_detail?TN=NEWS-20111109075829&L=IT

Ufficio Stampa
James Stapleton,
Coordinatore della comunicazione
Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (Ufficio Internazionale)
Tel: +39-06 68977468 Fax: +39-06 6897 7461
Email: international.communications@jrs.net; www.jrs.net

Thailandia: la risposta del JRS alle inondazioni

 
Wanrob Wararasdr, membro del personale del Programma rifugiati urbani (URP), e Rufino Seva, direttore di progetto dell'URP aiutano a governare un'imbarcazione che trasporta cibo e altre provviste destinati alle aree colpite dall'inondazione. (Zarah Alih/JRS Thailandia)

 
Sembrava che il negozio fosse stato saccheggiato. Non c'era nulla da comprare – pasta, sardine, riso, uova, latte in polvere, nulla, ha detto Rufino Seva, il direttore del Programma per i rifugiati  

Bangkok, 8 novembre 2011 – Mentre a Bangkok l'innalzamento delle acque minaccia l'unica strada rimasta, sfollati e rifugiati presso le comunità circostanti lottano per cercare cibo e altre provviste per i giorni a venire.

La Thailandia sta vivendo la peggiore inondazione degli ultimi decenni. Due settimane fa, l'acqua ha raggiunto Bangkok e, mentre la maggior parte della città si è salvata, molte aree periferiche sono allagate. Il risultato è che molte delle persone che il JRS assiste non possono lasciare la città, e l'organizzazione sta cercando di localizzare e prestare assistenza a quanti sono rimasti in città.
 
Per spostarsi, molti fanno ricorso a camion privati che i civili hanno volontariamente messo a disposizione. Al momento, per raggiungere Bangkok gli autoarticolati possono servirsi solo di una strada, la Rama II, che purtroppo si prevede finirà sott'acqua nei prossimi giorni, isolando così la città e i suoi residenti dal resto del paese.

Per coloro che sono rimasti in città e nelle aree circostanti la sicurezza alimentare è una preoccupazione di primaria importanza, e sebbene il JRS sia riuscito a procurarsi scorte limitate di generi alimentari, gli scaffali vuoti dei negozi di alimentari sono il segnale di un problema molto più ampio. Man mano che la minaccia dell'inondazione aumenterà, cercare di tenere da parte cibo e altre provviste potrà solo farsi sempre più difficile.

i più vulnerabili

Trovandosi già in circostanze di vulnerabilità, le famiglie sfollate e i rifugiati sono colpiti con particolare durezza dagli effetti dei disastri naturali.

A casa di un gruppo di richiedenti asilo dello Sri Lanka che vivono a Petkasem, Bangkok occidentale, l'acqua era già alta più di un metro quando è stato chiamato il JRS. Dopo aver terminato cibo e acqua potabile, i richiedenti asilo hanno affrontato l'inondazione per raggiungere il Bangkok Refugee Centre (BRC) in uno dei camion ancora in grado di prestare aiuto alle persone colpite dal disastro.

"Dobbiamo venire a cercare aiuto per il bene dei nostri figli, anche se è pericoloso", ha detto un membro del gruppo.

Il BRC ha potuto fornire alla famiglia sostegno economico temporaneo, e il direttore del Programma per i rifugiati, Rufino Seva, li ha accompagnati al negozio di alimentari nella speranza di poterli rifornire di cibo.

"Sembrava che il negozio fosse stato saccheggiato. Non c'era nulla da comprare – pasta, sardine, riso, uova, latte in polvere, nulla", ha raccontato Seva.

Nel tentativo di risparmiare al gruppo un viaggio in camion lungo sei ore, il personale del JRS ha iniziato a cercare percorsi sicuri, strade non intasate dal traffico, e agenti di polizia in grado di dirigerlo. Sono tornati a casa dopo molte ore per condividere con gli altri 14 familiari di cui si occupano, tra i quali un bebè di 10 mesi, ciò che avevano potuto trovare.

Vi chiediamo di aiutarci nella nostra opera di assistenza alle vittime dell'inondazione con una donazione al JRS cliccando qui, oppure contattando il nostro direttore regionale per scoprire come poter prestare aiuto.

Ufficio internazionale: il JRS lancia una nuova sezione del sito web, in cerca di un significato più profondo

 
Promuovere la riflessionee per aiutare lo staff e i rifugiati ad affrontare la disperazione dell'esperienza della migrazione forzata, Abeché, Chad (Peter Balleis SJ/JRS)

 
Oltre a fornire risorse teologiche, spirituali e etiche per assistere meglio chi lavora in questo ministero pieno di sfide, i documenti mirano a migliorare la comprensione del modo in cui il JRS, un'organizzazione che si richiama alla spiritualità ignaziana, imposta i propri progetti e la propria agenda di advocacy.  

Roma, 14 novembre 2011 – Il JRS Internazionale annuncia il lancio di una nuova sezione del suo sito web: Teologia, spiritualità e etica, il fondamento della missione del JRS.

Questa nuova sezione affronterà le questioni essenziali con cui lo staff del JRS si trova a confrontarsi nello svolgere il proprio servizio e lavoro di advocacy con i rifugiati e con altri migranti forzati. Tratterà di temi quali servire la fede, promuovere la giustizia e favorire la reciproca comprensione tra religioni diverse, ma evidenzierà anche come il JRS possa meglio incoraggiare la riconciliazione e l'ospitalità nello spirito del Vangelo, per citare le parole del Padre Generale della Compagnia di Gesù, Adolfo Nicolás.

Il lancio della nuova sezione del sito – in inglese, francese, spagnolo e italiano – segue un convegno, organizzato tra il 7 e il 9 ottobre scorsi, dal Centro per i Diritti Umani e per la Giustizia Internazionale del Boston College (CHRIJ), a cui hanno partecipato operatori del JRS e specialisti accademici di teologia e etica di tutto il mondo, per discutere lo sviluppo di risorse teologiche, spirituali e di etica cristiana da mettere a disposizione dello staff del JRS che opera sul campo.

Tali risorse cercheranno di supportare il personale del JRS nelle questioni pratiche e spirituali che si trovano ad affrontare ogni giorno. I teologi scriveranno su alcuni di questi temi dei documenti che saranno messi a disposizione di un pubblico più ampio attraverso il sito del JRS Internazionale, come risorsa per affrontare le sfide teologiche, spirituali e etiche che sono emerse durante la consultazione.

Oltre a fornire risorse teologiche, spirituali e etiche per assistere meglio chi lavora in questo ministero pieno di sfide, i documenti mirano a migliorare la comprensione del modo in cui il JRS, un'organizzazione che si richiama alla spiritualità ignaziana, imposta i propri progetti e la propria agenda di advocacy.

Parte di un processo più ampio

Il convegno è parte di un più ampio partenariato che coinvolge il CHRIJ e il JRS, che al momento comprende una ricerca sul crescente fenomeno dei rifugiati urbani, con raccomandazioni su quale possa essere la migliore risposta del JRS. La ricerca, coordinata da Suor Maryanne Loughry , vice direttore del JRS Australia, e da Tom Crea, professore associato al Boston college, inizierà con un progetto in collaborazione con un programma del JRS in Sud Africa.

In passato la collaborazione del CHRIJ con il JRS ha portato alla pubblicazione di due volumi: Refugee Rights: Ethics, Advocacy, and Africa (Diritti dei rifugiati: etica, advocacy e Africa) e Driven from Home: Protecting the Rights of Forced Migrants (Messi in fuga da casa: proteggere i diritti dei migranti forzati), entrambi curati dal Direttore del  Centro per i Diritti Umani e per la Giustizia Internazionale del Boston College, David Hollenbach SJ.


Portogallo: un approccio alla salute mentale

 
Sr Maria José Rebelo fornisce sostegno psicosociale e counselling ai rifugiati presso il JRS Portogallo. (Don Doll SJ/JRS)

 
Il JRS ha molta esperienza di qualità sul campo e ha condotto studi sulle necessità dei migranti in condizioni di vulnerabilità, raccogliendo molti dati utili. Ciò dovrebbe aumentare la capacità del suo personale di parlare dei migranti e delle loro necessità in fatto di salute mentale.  

Bruxelles, 01 novembre 2011 – Cathal Foley, assistente per i media del JRS Europa, intervista la consulente per la salute mentale sr Maria Jose Rebelo che spiega quanto sia importante rispondere ai bisogni psicosociali dei migranti forzati.

Sr Maria José Rebelo ha dedicato la propria vita a fornire sostegno sanitario psicologico ai rifugiati, una delle loro necessità più impellenti, anche se trascurata.

Mentre viveva in paesi come l'Australia, il Brasile, l'Inghilterra e la Spagna, sr Maria José Rebelo, della congregazione delle Missionarie dello Spirito Santo, si è resa conto delle problematiche in gioco e ha familiarizzato con le condizioni sia emotive che fisiche di migranti e rifugiati.

Dopo aver trascorso sei anni e mezzo in Australia, dove ha completato gli studi in psicologia clinica specializzandosi in salute mentale interculturale, sr Rebelo ha sentito il richiamo del suo paese natale, il Portogallo, dove è tornata per svolgere opera di volontariato per il JRS.

Nel 2007, il JRS si era reso conto di quanto fosse pressante la necessità di fornire assistenza sanitaria psicologica ai rifugiati, tanto da avviare un suo programma di salute mentale.

Quello che era cominciato come un servizio part-time qualche giorno a settimana, si è presto trasformato, e già in luglio sr. Rebelo ha iniziato a fornire sostegno psicologico a tempo pieno. Oggi, il dipartimento di salute mentale consta di due operatori a tempo pieno, che l'anno scorso hanno fornito psicoterapia e aiuto psicologico a 108 migranti forzati.

La maggior parte di coloro che ricevono sostegno dal gruppo di lavoro del JRS sulla salute mentale tenta di affrontare problematiche che spaziano dal senso di colpa, alla tristezza, alla prostrazione per la perdita dei propri cari. Di solito, è sufficiente qualche seduta, tuttavia, circa un terzo dei pazienti di sr. Rebelo necessitano dalle 10 alle 20 sedute. Un numero inferiore, già predisposto a forme di disordine della salute mentale, vengono indirizzati a uno psichiatra o a un medico generalista per cure più lunghe.

Sfide

Oltre allo choc culturale di trovarsi in un paese straniero, la mancanza dello status regolare di immigrato può avere un effetto nefasto sulla salute mentale dei migranti forzati.

"Molto spesso, le persone lottano con la disoccupazione e altri problemi sociali, incapaci di far fronte alle necessità più basilari, come il cibo e un tetto. Il loro status irregolare provoca di frequente stati ansiosi", sottolinea sr Rebelo.

L'intervento in momenti di crisi è uno dei molti modi in cui il JRS Portogallo aiuta i migranti forzati in difficoltà psicologica.

"La gente prova spesso un forte senso di colpa quando non è in grado di mandare soldi ai propri figli o ai genitori anziani. Soffrono perché lo status irregolare non gli consente di andare a trovarli. Da qui tanti sentimenti di sfiducia e bassa autostima. Smettono di credere in loro stessi", ha proseguito.

Diminuzione delle risorse

In genere, sr Rebelo non ha alcun problema a far sì che i suoi pazienti si aprano e le espongano i loro problemi. Lo attribuisce all'atmosfera amichevole e aperta del JRS Portogallo, e la vicinanza di ogni dipartimento del JRS agli altri.

"Lavoriamo a stretto contatto con le altre aree di sostegno…se qualcuno si reca presso l'ufficio di sostegno sociale, ed è in cattive condizioni emotive, il mio collega può chiedermi di incontrare la persona, il che aiuta a rafforzare il rapporto. Se la persona in questione ha poi già un rapporto di fiducia con uno dei miei colleghi, le sarà più facile fidarsi di me. Hanno fiducia in noi e sentono che ci prendiamo cura di loro", ha spiegato sr Rebelo.

Mentre nel 2007 il dipartimento di salute mentale si era molto ingrandito, la mancanza di spazi e di sostegno finanziario ne ha impedito un ulteriore ampliamento, continuando a farlo dipendere dal lavoro dei volontari. Al momento, il JRS Portogallo sta cercando uno psichiatra volontario per poter aumentare l'offerta di servizi di aiuto psicologico.

Nonostante queste limitazioni, sr Rebelo continua ad avere grandi progetti per il dipartimento.

Il JRS ha molta esperienza di qualità sul campo e ha condotto studi sulle necessità dei migranti in condizioni di vulnerabilità, raccogliendo molti dati utili. Ciò dovrebbe aumentare la capacità del suo personale di parlare dei migranti e delle loro necessità in fatto di salute mentale.

Cathal Foley, assistente per i media del JRS Europa 

Per maggiori informazioni su questioni relative alla salute mentale di migranti e rifugiati in Europa, vedi:

http://jrseurope.org/publications/The%20Refuge%20October%202011.pdf

 



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[JRS Dispatches Italiano] N. 308
Editor: James Stapleton