Dispatches è un bollettino quindicinale dell'Ufficio Internazionale del JRS inviato via e-mail, che pubblica notizie riguardanti i rifugiati, comunicati stampa, articoli di approfondimento e aggiornamenti sui progetti in corso inviati dal nostro personale sul campo.


  Thailandia: la popolazione locale presta soccorso a quanti necessitano di assistenza

 
Le acque continuano a sconvolgere le comunità di immigrati alla periferia di Bangkok, Thailandia. (Oliver White/JRS)

 
L'ideogramma cinese per la parola 'crisi' è composto di due caratteri – uno rappresenta il pericolo e l'altro l'opportunità.  

Bangkok, 16 novembre 2011 – Questa settimana, molti residenti della capitale thailandese hanno trasformato la recente crisi in un'opportunità di aiuto. Nella fretta generale di fornire assistenza e beni di primo soccorso, questi piccoli gesti di gentilezza e di eroismo passano spesso inosservati. Il JRS ha avuto la fortuna di incontrare alcuni di questi eroi sconosciuti e ascoltare le loro storie.

"I membri anziani della nostra comunità sono stati i primi a portare del cibo", ha raccontato un'operaia di 26 anni immigrata dalla Birmania che si è unita ad altri 40 in un edificio di due piani a Putthamonton Sai 5, nella zona sud-occidentale della capitale Bangkok.

Durante l'inondazione, diverse comunità di immigrati si sono raccolte per aiutarsi a vicenda, come nel caso di questa donna in attesa che la fabbrica dove lavora la riprenda in servizio quando l'ondata sarà passata.

Va detto che fin qui i volontari non sono stati tutti thailandesi. Myu Oo, operaio immigrato di 19 anni, è salito a bordo dell'imbarcazione del JRS utilizzata per consegnare beni di primo soccorso alle zone del distretto che non erano state ancora raggiunte, ed è stato di enorme aiuto al personale facendo da traduttore dal thailandese al birmano.

"Non lascerò questa zona poiché è qui che posso trovare cibo e sopravvivere", ha detto.

Molti altri, come Myu Oo, hanno trasformato l'accesso agli aiuti in un'opportunità di aiutare agenzie come il JRS a meglio comprendere l'impatto che le inondazioni hanno avuto sulle vite degli immigrati. Per fare un esempio, Salwin, rifugiato birmano, si è tramutato in risorsa per la comunità aiutando JRS e organizzazioni locali a raggiungere quanti erano rimasti bloccati in zone isolate, come quelle che il JRS e alcuni partner locali hanno visitato tra il 14 e il 16 novembre.

Centinaia di persone  sono ancora intrappolate in appartamenti, isolate dalle acque che continuano a salire. Molti di questi edifici sono lontani quattro o cinque chilometri dal punto in cui vengono scaricati i beni di primo soccorso.

Organizzazioni locali come il Labor Protection Network (LPN) si sono impegnate ad andare oltre, mettendosi alla ricerca di quanti si trovavano in condizioni di estremo bisogno. L'LPN e il JRS hanno condotto insieme una rapida valutazione della situazione e portato a termine missioni di aiuto e di salvataggio. Quando, più tardi quello stesso giorno, l'operazione di soccorso del JRS si è conclusa con un pasto in comune, Ko, capogruppo del personale LPN, si è scusato dicendo "... ora ci aspetta un altro salvataggio".

L'operazione di soccorso del 16 novembre si sarebbe conclusa a sera inoltrata, come era successo con il processo di valutazione di due giorni prima, se non fosse per l'aiuto prestato dal personale del Dipartimento delle risorse marittime e costiere che hanno traghettato i residenti fino al punto di distribuzione.

"Il mese scorso abbiamo lavorato ad Ayutthaya (nel nord di Bangkok) e negli ultimi tre giorni siamo stati assegnati qui" ci ha spiegato il comandante dell'imbarcazione; e ci ha raccontato come, nell'attraversare un camion il punto di accesso, qualcuno ha lanciato loro delle bottiglie d'acqua mentre aspettavano lungo il bordo della strada con un grande cartello. Il thailandese era difficile da decifrare, ma non così il sorriso del funzionario locale.

I più emarginati

Il comandante ha raccontato anche al personale del JRS come avessero incontrato difficoltà nel trovare generi alimentari da acquistare. I sopravvissuti all'inondazione sono esposti a molti altri rischi, non da ultimo la presenza di coccodrilli vaganti e lo sciacallaggio di chi cerca di fare fortuna sulla pelle delle persone in condizioni di necessità.

Alcuni operatori marittimi, per esempio, stanno applicando tariffe esorbitanti, costringendo gruppi di emarginati a guadare acque pericolose e sporche per passare da parte a parte. Al personale del JRS è stato raccontato di una donna in stato interessante che, non potendo pagare una tariffa così alta, è stata costretta ad andare comunque a lavorare così per non perdere il posto in fabbrica.

Una delle azioni più subdole è stata quella del proprietario di un appartamento che ha tagliato l'elettricità nel proprio palazzo. Impossibilitati a bollire l'acqua di rubinetto, i suoi affittuari, molti dei quali avevano perso il lavoro, sarebbero stati costretti ad acquistare l'acqua da lui.

L'ideogramma cinese per la parola 'crisi' è composto di due caratteri – uno rappresenta il pericolo e l'altro l'opportunità. La crisi provocata dall'inondazione in Thailandia offre a ciascuno un'opportunità. Come ognuno di noi – dalle comunità locali ai ministri del governo – sceglie di rispondervi, rivela chi siamo veramente.

Clicca qui per leggere come il JRS ha risposto all'inondazione.


Asia del Pacifico – ONG premono sui governi perché pongano fine alla detenzione per immigrazione dei bambini

 
Porre fine alla detenzione degli immigrati non ferma solo l'insorgere di danni psicologici, ma consente un utilizzo più efficiente delle risorse ed è più umano (Coalizione Internazionale sulla Detenzione)

 
Ricerche condotte a livello internazionale hanno dimostrato che la detenzione è misura nociva, costosa e non funziona da deterrente all'immigrazione irregolare. Esistono peraltro misure alternative meno onerose sul piano economico oltre che più accettabili sul piano umano ed efficaci.  

Kuala Lumpur, 26 novembre 2011 – A quanto si apprende da una dichiarazione sottoscritta da 50 ONG di 18 paesi in occasione di un convegno tenutosi ieri e oggi in Malaysia, gli stati dell'Asia del Pacifico ricorrono sempre più spesso alla detenzione come prima misura di contrapposizione all'immigrazione irregolare, anche quando non sussistono validi motivi di sicurezza.

Sempre nella dichiarazione si legge che ricerche condotte a livello internazionale hanno dimostrato che la detenzione è misura nociva, costosa e non funziona da deterrente all'immigrazione irregolare. Esistono peraltro misure alternative meno onerose sul piano economico oltre che più accettabili sul piano umano ed efficaci.

In tutta l'Asia si contano in gran numero persone detenute da lungo tempo in condizioni che non rispondono ai requisiti internazionali e cui viene negato sia il diritto di accedere alle procedure di asilo, sia la revisione dello stato detentivo.

Come fatto presente da Grant Mitchell, direttore della Coalizione internazionale contro la detenzione (IDC), gruppo co-fondato dal JRS nel 2005, "l'ambiente detentivo ha dimostrato sempre di nuovo di avere un impatto negativo sulle condizioni fisiche e mentali dei detenuti, nonché di accrescere le probabilità di maltrattamenti, violazioni dei diritti umani, oltre che di espulsioni. Si è particolarmente preoccupati per i rifugiati, i richiedenti asilo e i gruppi vulnerabili, come i bambini".

Nel tentativo di risolvere il problema, alcuni stati hanno iniziato a studiare e sperimentare alternative alla detenzione per immigrazione; alternative che si sono dimostrate più economiche e più efficaci nell'assicurare comportamenti corretti in seno alla comunità. Thailandia e Giappone, per esempio, l'anno scorso hanno rimesso in libertà numerosi bambini rifugiati.

In linea con i criteri adottati sul piano internazionale, si dovrebbe rifuggire dall'applicare la detenzione per immigrazione, che deve considerarsi soltanto come misura estrema – peraltro rivedibile – da adottarsi per il più breve periodo possibile, da monitorare caso per caso, e mai senza le dovute tutele e condizioni.

Il convegno si è tenuto due settimane prima dell'imponente conferenza ministeriale organizzata per commemorare il 60° anniversario della Convenzione di Ginevra. La Coalizione internazionale contro la detenzione, l'Asia Pacific Refugee Rights Network e i membri aderenti si appellano ai diversi stati perché colgano quest'occasione per impegnarsi a porre fine alla detenzione per immigrazione dei bambini, considerando forme alternative a questa inumana misura.

Cambogia: il paese ospita un meeting internazionale, tappa fondamentale nella lotta all'impiego di mine terrestri

 
Il personale incaricato della bonifica dalle mine antipersona al lavoro nello Sri Lanka. Landmine & Cluster Munition Monitor, febbraio 2011. (Sean Sutton/Mines Advisory Group)

 
Il meeting di una settimana sul Trattato per la messa al bando delle mine esaminerà tutta una serie di temi inerenti l'attuazione del documento, tra cui quello del rischio posto alla nuova normativa dal rinnovato impiego di mine antipersona in determinati paesi, tra cui Israele, Libia e Birmania.  

Phnom Penh, 28 novembre 2011 – Massimi esponenti della comunità internazionale sono radunati in Cambogia – culla del movimento anti-mine – per concertare misure più efficaci contro i danni provocati dalle mine terrestri antipersona.

L'undicesimo Meeting degli Stati aderenti al Trattato per la messa al bando delle mine (11MSP), cui ha aderito l'ottanta percento dei paesi di tutto il mondo, inizia oggi nella capitale Phnom Penh.

"Il mio paese viene talvolta definito Paese delle Meraviglie, e questa settimana vogliamo che riusciate a far sì che queste meraviglie divengano realtà", ha detto ieri sera alla cerimonia ufficiale di apertura del convegno Song Kosal, membro del personale del JRS e ambasciatore giovanile della Campagna internazionale per la messa al bando delle mine (ICBL), nonché sopravvissuto all'esplosione di una di esse.

Soggiungendo poi "vogliamo che questo incontro sia il migliore e porti i risultati più concreti di tutti gli altri convegni nella storia della Convenzione, dando prova di come la comunità internazionale saprà collaborare perché il nostro sogno di un mondo libero dalle mine possa diventare realtà per noi tutti".

Ci si aspetta la presenza di rappresentanze di gran parte dei 158 governi che hanno aderito al trattato, tra cui quelle di Cina, Repubblica Popolare Democratica del Laos, Stati Uniti, Vietnam, nonché di delegazioni di osservatori dei 38 paesi che non lo hanno sottoscritto.

Partecipa al meeting una delegazione dell'ICBL costituita da 270 attivisti di 61 paesi, tra cui numerosi sopravvissuti alla deflagrazione di mine.

L'11MPS promette di iniziare sotto buoni auspici. Venerdì 25 novembre il parlamento finlandese ha approvato una proposta parlamentare che invoca l'adesione nel 2012 al Trattato di messa al bando delle mine. Anche la Polonia, unica nazione europea non aderente, è in procinto di ratificarlo nel 2012.

"Con questo meeting in Cambogia, la campagna per la messa al bando delle mine sta tornando al clima delle origini", ha detto il responsabile per le comunicazioni del JRS Asia del Pacifico, Oliver White.

La scoperta due settimane fa in un villaggio della Cambogia nordoccidentale di una quantità di ordigni inesplosi ci riporta alla realtà dei fatti.

Sempre nelle parole di Oliver White, "a dispetto degli enormi progressi compiuti in Cambogia nella bonifica, questo è il paese più contaminato del mondo in fatto di mine antipersona, e c'è ancora molta strada da fare".

La Cambogia è sempre ancora uno dei paesi del mondo più invasi da mine, pur avendo il vasto programma di decontaminazione posto in atto nel 1992 avuto come risultato un enorme calo numerico delle nuove vittime; c'è sempre però ancora chi perde la vita  nelle deflagrazioni. Nel 2010 i cambogiani morti a causa di mine, ordigni inesplosi (ERW) e munizioni cluster sono stati almeno 286.

Il meeting di una settimana sul Trattato per la messa al bando delle mine esaminerà tutta una serie di temi inerenti l'attuazione del documento, tra cui quello del rischio posto alla nuova normativa dal rinnovato impiego di mine antipersona in determinati paesi, tra cui Israele, Libia e Birmania.

Uno degli argomenti da affrontare riguarda la notizia secondo cui cinque stati aderenti (Algeria, Cile, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica del Congo ed Eritrea) infestati da mine hanno dichiarato di non essere in grado di ottemperare appieno all'obbligo di decontaminare i propri territori contaminati entro la scadenza di 10 anni imposta dal Trattato e hanno quindi chiesto all'assemblea di considerare la concessione di una proroga dei termini.

I delegati affronteranno altresì la questione dei quattro stati aderenti (Bielorussia, Grecia, Turchia e Ucraina) che non essendosi attenuti alla scadenza quadriennale imposta dal trattato per la distruzione dei rispettivi arsenali di mine antipersona, sono tuttora in aperta violazione delle sue norme.

Note

Fino agli anni '90 le mine terrestri antipersona venivano impiegate, in una forma o l'altra, dalle forze armate di quasi tutti i paesi del mondo. Grazie al Trattato del 1997 per la messa al bando delle mine, l'impiego delle mine terrestri si è ridotto in misura significativa. Oggi, pur essendo impiegato soltanto in una manciata di conflitti, l'ordigno continua a rappresentare una minaccia grave e duratura nel tempo.

Il Trattato fa divieto di impiegare qualsiasi tipo di mina antipersona, impone la distruzione entro quattro anni dalla ratifica di tutti gli arsenali, entro dieci anni la decontaminazione delle aree infestate, e sollecita l'istituzione di vasti programmi di assistenza alle vittime di deflagrazioni.

Nel 1994, il JRS ha contribuito a istituire la Campagna internazionale per la messa al bando delle mine (ICBL) impegnandosi ad accompagnare i feriti dalle deflagrazioni, aiutare i sopravvissuti a raccontare le loro storie, promuovere una concreta riflessione etica, e a sostenere campagne nazionali.

L'assegnazione nel 1997 del Premio Nobel per la Pace alla Campagna è stata di sprone al già di per sé instancabile personale del JRS che vi aveva partecipato. Tun Chunnareth, per anni collaboratore del JRS Cambogia e lui stesso colpito da una mina antiuomo, è stato un portavoce di primissimo piano della campagna internazionale: in effetti è stato lui a ricevere l'ambito premio a Oslo per conto della campagna stessa. Il JRS prosegue nella sua opera di lobbying in favore della firma e ratifica del Trattato per la messa al bando delle mine nei paesi che non vi hanno ancora aderito.

Il JRS opera in più di 50 paesi di tutto il mondo. L'organizzazione vanta un organico di oltre 1.200 persone tra personale laico, gesuiti e altri religiosi, che insieme si prodigano nel rispondere alle esigenze educative, sanitarie, sociali e di altra natura di 500.000 rifugiati e IDP, di cui oltre la metà è costituita da donne. I servizi sono erogati senza distinzioni di razza, origine etnica o credo religioso dei beneficiati.

Per maggiori informazioni sulla Campagna internazionale per la messa al bando delle mine (ICBL), vedi http://www.icbl.org/index.php/icbl/Languages/it

Per maggiori informazioni sulla partecipazione del JRS a campagne internazionali, vedi http://www.jrs.net/advocacy?L=IT

Per i particolari sulla recente scoperta di ordigni esplosivi accanto a una scuola della Cambogia, vedi http://www.jrs.net/news_detail?TN=NEWS-20111109075829&L=IT

Ufficio Stampa

Oliver White
Responsabile regionale per la comunicazione e l'advocacy del JRS Asia del Pacifico 
Tel: +66 2 640 9590
asiapacificrao@jrs.or.th, www.jrsap.org

James Stapleton
Coordinatore della comunicazione
Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (Ufficio Internazionale)
Tel: +39-06 68977468 Fax: +39-06 6897 7461
Email: international.communications@jrs.net; www.jrs.net

Asia del Pacifico: partnership con Erasmus Mundus dà il via a un progetto di educazione superiore destinato ai rifugiati

 
L'apertura del meeting AREaS tenutosi il 25 e 26 ottobre 2011 presso l'Università di scienze e tecnologia di Hanoi

 
Mi fa un immenso piacere che alle persone che serviamo siano date opportunità come questa. I nostri amici afghani si sono dimostrati interessati al programma e non vedono l'ora di poter cominciare a studiare, ha dichiarato I'addetto al Programma Indonesia Taka Gani  

Bangkok, 19 novembre 2011 – Grazie a borse di studio concesse nel contesto del programma di cooperazione accademica tra Asia e Europa AREaS – Academic Relations between Asia and Europe – nel 2012 i rifugiati e richiedenti asilo nell'Asia del Pacifico avranno la possibilità di frequentare un corso di educazione superiore certificato da università europee.

Il processo di ammissione alle borse di studio dell'AREaS finanziate dalla Commissione europea attraverso il progetto di mobilità individuale Erasmus Mundus - Azione 2 è stato avviato ufficialmente in occasione di un convegno di istituzioni consorziate che si è tenuto il 1° novembre a Hanoi (Vietnam).

I candidati sono suddivisi in tre categorie: gli iscritti a università consorziate sono classificati target group one; quelli appartenenti a paesi che godono di priorità, target group two; e infine i rifugiati, richiedenti asilo, gli sfollati, i membri di popolazioni indigene, le persone con disabilità fisiche e quanti vivono in condizioni di vulnerabilità per motivi politici o economici, target group three.

Il JRS ha aderito all'AREaS come membro associato con il fine di collaborare alla promozione e reclutamento di studenti rientranti nella categoria del target group three.

Come precisato da Bianca Buttiglione, coordinatrice di progetto presso il Politecnico di Torino, istituzione di coordinamento di un consorzio di 24 università e istituzioni partner di Europa e Asia, "l'AREaS cerca di far sì che ai gruppi vulnerabili rientranti nel target group three sia dato il meglio".

Possono candidarsi anche studenti iscritti a università partner (target group one) e provenienti da paesi che godono di priorità (target group two). Nel target group two rientrano cittadini di Birmania, Cambogia, Indonesia, Laos, Malaysia, Mongolia, Sri Lanka, Thailandia, Filippine e Vietnam. I rifugiati e richiedenti asilo di altre nazionalità possono anch'essi fare domanda di ammissione tramite altri progetti Erasmus Mundus che si occupano di gruppi svantaggiati, in cui rientrano i rifugiati residenti in paesi terzi.

Il JRS e l'educazione superiore nell'Asia del Pacifico

Nel 2009, al vicedirettore regionale del JRS Louie Bacomo, allora coordinatore di progetto di un partner consorziato facente parte di un progetto similare dell'Erasmus Mundus, è stato chiesto di riferire i nominativi di rifugiati e richiedenti asilo interessati a chiedere la concessione di borse di studio. In quell'occasione, a tre persone in condizioni di vulnerabilità provenienti dalla Birmania e a una dalla Thailandia è stato concesso di studiare quell'anno in Europa.

La partecipazione del JRS a quest'iniziativa sarà coordinata dallo stesso Louie Bacomo con il sostegno da parte dell'assistente del JRS al Programma regionale per l'Asia del Pacifico, Youjin Jung.

"Mi fa un immenso piacere che alle persone che serviamo siano date opportunità come questa," – ha dichiarato I'addetto al Programma Indonesia Taka Gani, attualmente in grado di prestare assistenza ai candidati interessati lungo il processo online delle loro domande di iscrizione – "i nostri amici afghani si sono dimostrati interessati al programma e non vedono l'ora di poter cominciare a studiare." 

Gli fa eco il direttore del JRS Asia del Pacifico, Bernard Arputhasamy SJ, "Si tratta di un'occasione straordinaria per i nostri amici rifugiati, che spesso trovano le porte chiuse. Il JRS è particolarmente impegnato in questo progetto: sosterremo i candidati, e confidiamo che chi sarà accolto lavorerà sodo, conquistandosi una maggiore libertà, oltre che la capacità di migliorare la propria esistenza".

Per maggiori dettagli e istruzioni su come presentare la domanda di ammissione, cliccare qui.  Per sostegno da parte del personale del JRS, contattare Louie Bacomo, louie@jrs.or.th

Repubblica Democratica del Congo (RDC): elezioni nazionali, cartina di tornasole della maturità politica raggiunta

 
Milioni di congolesi aspettano i risultati delle seconde elezioni democratiche dall'indipendenza del 1960. Masisi, RDC (Peter Balleis SJ/JRS)

 
Come sempre in politica, sono tante le promesse di fare della RDC un paese moderno ed economicamente progressista. C'è però molto scetticismo circa la possibilità che queste promesse vengano mai davvero realizzate una volta eletti i candidati.  

Goma, 28 novembre 2011 – Con le seconde elezioni generali democratiche dall'indipendenza del 1960, il popolo congolese voterà oggi per un nuovo presidente e un nuovo parlamento.

A competere per la carica più alta del paese ci sono 11 candidati, e tra di loro il presidente in carica Joseph Kabila Kabange, in corsa per la rielezione. Kabila Kabange è considerato il candidato numero tre. Raggiungono inoltre l'incredibile cifra di oltre 18.550 i candidati in competizione per i 500 seggi dell'assemblea nazionale, ovvero circa 37 candidati per ogni seggio parlamentare.

La Commission Electorale Nationale Indépendante (CENI), ha avuto mandato dal governo congolese perché organizzi le elezioni presidenziali e legislative.

In un paese delle dimensioni dell'Europa occidentale, dove in molte regioni le infrastrutture come strade e ponti sono inesistenti, la CENI si trova ad affrontare il compito erculeo di organizzare con successo questo evento così importante. La comunità internazionale e gli stati confinanti vorrebbero che la RDC riuscisse a organizzare elezioni pacifiche come parte del processo di democratizzazione in corso nel paese. È per questo che le NU, la UE, l'Unione Africana e la Comunità di Sviluppo dell'Africa Meridionale hanno offerto al paese assistenza finanziaria, logistica e di risorse umane.

Non c'è dubbio che il successo di queste elezioni sia positivo per il paese, per la regione dei Grandi Laghi e per il continente africano in generale.

In queste ultime tre settimane, la febbre elettorale è stata alta. Sebbene i candidati siano tutti in piena campagna elettorale, alcuni dispongono di maggiori risorse finanziarie e logistiche, mentre altri hanno poco o nulla a loro disposizione. Un buon numero di candidati all'assemblea nazionale fa campagna porta a porta nei distretti di appartenenza, mentre pochi selezionati hanno una gran copertura televisiva e radiofonica a livello nazionale.

Come ha detto alla radio un commentatore: "mentre alcuni sono già quasi in dirittura di arrivo, altri sembrano avviare a stento le loro campagne elettorali".

Come sempre in politica, sono tante le promesse di fare della RDC un paese moderno ed economicamente progressista. C'è però molto scetticismo circa la possibilità che queste promesse vengano mai davvero realizzate una volta eletti i candidati.

"Tutti i politici sembrano avere una malattia comune: cominciano a soffrire di amnesia non appena sono stati eletti", ha commentato un ispettore all'istruzione di Goma. Sembra che per molti di loro essere eletti sia il modo più veloce per fare i soldi.

Il futuro: rischi e opportunità

Non è chiaro se i candidati alla presidenza e quanti sono in corsa per i seggi nell'assemblea legislativa nazionale siano consapevoli che nel paese risiedono due milioni di sfollati, e centinaia di migliaia di rifugiati congolesi sono in esilio all'estero. Sorprendentemente, quasi nessuno ha affrontato la questione. In queste elezioni, il denaro conta molto più dell'impeccabile presentazione che i candidati hanno fatto dei rispettivi programmi socio-politici ed economici in favore dei congolesi o del loro paese. Anche i buoni candidati con progetti eccellenti avranno poco successo in queste elezioni se non sono disposti a spendere.

In un paese in cui tutti sembrano convinti di vincere, è difficile per i candidati accettare l'insuccesso. Anzi, chi non ha vinto grida prontamente al broglio. In effetti in queste elezioni non ci saranno perdenti, solo vittime di frode elettorale e sabotaggio.

Nessuno sa cosa succederà il 6 dicembre dopo che saranno resi noti i risultati elettorali. È possibile che ci siano svariate forme di protesta, alcune pacifiche per via giudiziaria, altre potrebbero invece ricorrere alla violenza. Nonostante gli appelli alla moderazione e al rispetto per l'espressione popolare, è grave il rischio che gruppi che hanno perso il diritto di voto provino a manipolare i sostenitori dell'opposizione per creare disordini.

Quale che sia il risultato, queste elezioni determineranno la stabilità politica della nazione negli anni a venire, e decideranno se i due milioni di IDP potranno fare ritorno ai loro villaggi e cominciare a ricostruirsi una vita in pace e con dignità. Il che vale anche per le centinaia di migliaia di rifugiati congolesi che si trovano in esilio. Queste elezioni fungono da cartina di tornasole della maturità politica raggiunta dall'élite politica del paese.

Romy Cagatin SVD, direttrice del JRS Repubblica Democratica del Congo



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[JRS Dispatches Italiano] N. 309
Editor: James Stapleton