Dispatches è un bollettino quindicinale dell'Ufficio Internazionale del JRS inviato via e-mail, che pubblica notizie riguardanti i rifugiati, comunicati stampa, articoli di approfondimento e aggiornamenti sui progetti in corso inviati dal nostro personale sul campo.


  Ucraina: bambine irachene ottengono piena cittadinanza

 
P. David Nazar SJ, direttore del JRS Ucraina

 
P. Nazar attrribuisce questo successo all'ottimo lavoro svolto dai legali del JRS, e non da ultimo il fatto che lo stesso JRS sia un'organizzazione della Chiesa che gode di buona reputazione nel paese.  

Kiev, 26 gennaio 2012 – In Ucraina, due bambine irachene hanno ottenuto piena cittadinanza in quello che il direttore locale del JRS David Nazar SJ ha definito "un caso che costituisce un precedente".

Le sorelline, rispettivamente di uno e due anni, sono nate in Ucraina da genitori iracheni fuggiti dalle persecuzioni inferte loro a motivo del loro credo religioso cristiano da parte dei militanti iracheni della città di Mosul. Un mese dopo aver ottenuto la cittadinanza, i genitori si sono visti riconoscere lo status di rifugiati.

"Si tratta del primo caso in cui cittadini iracheni ottengono lo status di rifugiati", ha detto p. Nazar.

Parlando con il JRS Europa, p. Nazar ha raccontato dei numerosi episodi di brutalità perpetrati ai danni delle famiglie cristiane in Iraq. P. Nazar ha inoltre spiegato come i militanti di Mosul fermino spesso gli autobus costringendo i passeggeri a esibire il passaporto, documento in cui compare il credo religioso di ogni cittadino iracheno. Una volta identificati, i cristiani vengono spesso fatti scendere dagli autobus, percossi, colpiti con armi da fuoco e viene loro intimato senza mezzi termini di lasciare il paese.

"Di sicuro qualche cristiano ha perso anche la vita: in alcune zone dell'Iraq questo è stato una sorta di sport", ha soggiunto con evidente tristezza..

Istituire un precedente. La legge ucraina prevede che i bambini nati nel paese, quale che sia la nazionalità dei genitori, abbiano diritto alla cittadinanza. Tuttavia, il problema per i figli dei rifugiati è che a molti genitori i documenti sono stati rubati o venduti. Perché ai figli sia riconosiuta la cittadinanza ucraina, le procedure prevedono che siano proprio i genitori a produrre i loro documenti di cittadinanza. E la legge non contempla eccezioni.

In Ucraina sono inoltre frequenti le discrepanze tra il diritto e una pratica amministrativa che sta ancora cercando di venire a patti con la democrazia. P. Nazar ritiene che molte leggi in vigore nel paese non siano ancora armonizzate con il sistema, o non esistano precedenti cui richiamarsi nella fattispecie.

La complessa burocrazia e l'assenza di giurisprudenza in merito fanno sì che le autorità prendano spesso decisioni negative. Di norma, quando non sono sicure sul da farsi, le autorità tendono a bocciare le richieste; ma nel nostro caso la risposta è stata sorprendentemente positiva e valida sotto il profilo giuridico.

"Siamo semplicemente andati dalle autorità a chiedere la cittadinanza [per i nostri figli] e ci hanno risposto che non si erano mai trovati di fronte a un caso come questo, e che avrebbero cercato di trovare una soluzione".

"Gli stessi giudici nei tribunali stanno appena imparando sul campo leggi e procedure" ha spiegato p. Nazar. "Talvolta succede che si sia noi a dire loro quale sia la legge da applicare. Ce ne sono grati, e si impegnano a studiare il caso e a darci una risposta in un paio di giorni. Molto del nostro lavoro consiste appunto nel fare chiarezza e nello svolgere opera di lobbismo nel senso positivo del termine. In questo caso infatti, a differenza di quanto avviene in molte altre circostanze, le nostre richieste hanno un fondamento nel diritto".

Pur in presenza di una documentazione carente e di fronte al fatto che ai genitori non era stato riconosciuto lo status di rifugiati, le autorità hanno deciso di accordare alle bambine la cittadinanza ucraina. P. Nazar attrribuisce questo successo all'ottimo lavoro svolto dai legali del JRS, e non da ultimo il fatto che lo stesso JRS sia un'organizzazione della Chiesa che gode di buona reputazione nel paese.

Un esito fortunato, sì, per la famiglia delle bambine e per quanti hanno a cuore il destino dei rifugiati – ma allo stesso tempo qualcosa di ben più grande.

P. Nazar tiene a precisare che "alle bambine è stata riconosciuta la cittadinanza ucraina in base allo jus loci, stabilendo così un precedente giuridico".

Per maggiori informazioni sulla situazione dei richiedenti asilo in questo paese dell'Est europeo si veda il Rapporto 2011 del JRS Europa, "Nessuna alternativa: Testimonianze di richiedenti asilo che vivono in Ucraina".

Internazionale: il JRS pubblica il Quadro Strategico 2012-2015

 


 
Nel servire i rifugiati costretti a vivere ai margini dell'umanità , lavoreremo con compassione e amore e questo ci permetterà di impegnarci insieme a persone di ogni razza, cultura e religione in un modo aperto e rispettoso, dice Peter Balleis SJ, direttore del JRS Internazionale.  

Roma, 25 gennaio 2012 – Dopo una ampia consultazione condotta durante lo scorso anno, oggi il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati ha pubblicato il suo Quadro Strategico per il  2012-2015, che delinea macro obiettivi, valori, strategie e risultati attesi per i prossimi quattro anni. L'opuscolo di 24 pagine cerca di offrire un quadro di ispirazione e  strategie onnicomprensive per le dieci regioni del JRS, per affrontare le sfide del lavoro con i rifugiati che vivono ai confini dell'umanità.

"Nel servire i rifugiati costretti a vivere ai margini dell'umanità , lavoreremo con compassione e amore e questo ci permetterà di impegnarci insieme a persone di ogni razza, cultura e religione in un modo aperto e rispettoso", dice Peter Balleis SJ, direttore del JRS Internazionale.

Riaffermando la missione del JRS di accompagnare, servire e difendere i diritti dei rifugiati, il documento precisa chiaramente i valori che ispirano l'organizzazione: compassione, speranza, dignità, solidarietà, ospitalità, giustizia e partecipazione.

"La missione del JRS si basa sulla nostra fede in Dio che è presente nella storia umana, anche nei suoi momenti più tragici. Siamo ispirati da questa fede e dai suoi valori essenziali che informano tutto il nostro lavoro.... Nonostante il suo carattere pratico, il nostro servizio avrà anche una componente spirituale, perché promuoverà la speranza e la riconciliazione. Crediamo che educare, imparare insieme e condividere le conoscenze, siano elementi essenziali per alimentare la speranza delle persone", aggiunge Padre Balleis.

Obiettivi concreti e strategie. Gli obiettivi riprendono i temi principali che sono alla base del lavoro del JRS fin dalla sua fondazione e li rendono attuali per le sfide di oggi: compassione per l'umanità sul confine, fede e giustizia, speranza e educazione e unità nell'azione.
  • Compassione per l'umanità sul confine: il JRS si impegna ad essere più flessibile e focalizzato sulla risposta a nuove situazioni di emergenza in materia di migrazioni forzate. Le strategie si concentreranno sulla risposta ai bisogni dei rifugiati urbani e delle persone vulnerabili al traffico di esseri umani.
  • Radicati nella fede, attivi nella giustizia: ispirato dalla fede e dai valori di inclusione e solidarietà, il JRS cercherà di affrontare le cause dell'ingiustizia strutturale.  Le strategie del JRS si concentrano sul rafforzamento del ruolo dell'advocacy, sia a livello di base che a livello globale, e sulla promozione del dialogo interculturale, ecumenico e interreligioso.
  • Accendere la speranza attraverso l'insegnamento: sulla base della fede nella dignità e dell'interdipendenza della famiglia umana, il JRS rafforzerà le capacità dei migranti forzati attraverso l'insegnamento, gettando le basi per un futuro pieno di speranza. Le strategie si concentrano sull'assistenza ai più vulnerabili nell'istruzione, con una priorità per l'educazione delle ragazze e degli insegnanti. Inoltre, le azioni cercheranno di promuovere l'accesso dei rifugiati all'istruzione di terzo livello e all'eccellenza educativa attraverso la diffusione di buone pratiche all'interno e all'esterno dell'organizzazione.
  • Un JRS più forte e più unito: Fermamente radicato nei valori della sussidiarietà e della partecipazione, il JRS svilupperà e applicherà standard coerenti nella governance e nella gestione, in modo  che l'organizzazione lavori con e per i migranti forzati in unità internazionale, con trasparenza e affidabilità.
Nella prefazione all'opuscolo, il Padre Generale della Compagnia di Gesù, Adolfo Nicolás SJ, ha descritto il Quadro Strategico come un documento creativo, esaltante e pieno di sfide, che richiederà duro lavoro e un rischio considerevole.

"È una grande gioia vedere che questo quadro è stato formulato con tanta chiarezza eppure con umiltà, e che è tanto impregnato del nostro impegno cristiano e di spiritualità ignaziana. In questo quadro strategico vediamo fede, giustizia e collaborazione unirsi ancora una volta in un'unica visione armonica", scrive Padre Nicolás.

Una copia del testo completo del Quadro Strategico del JRS è disponibile qui


Etiopia: laboratorio sull'uguaglianza di genere ispira un cambiamento del comportamento

 
Un laboratorio del JRS ad Addis Abeba dà ai partecipanti una nuova prospettiva sui ruoli di genere e l'uguaglianza in seno alla famiglia. (Peter Balleis SJ/JRS)

 
Condividere alla pari le attività domestiche, assumersi parte della responsabilità dell'educazione dei figli, e mandare a scuola anche le bambine sono state solo tre delle proposte di cambiamento del comportamento emerse nel corso dei confronti.  

Addis Abeba, 2 febbraio 2012 – Un gruppo di rifugiati e richiedenti asilo in Etiopia ha preso parte a un laboratorio che ha consentito loro di realizzare come i ruoli di genere e l'uguaglianza possano porre le basi per lavorare a un cambiamento del comportamento.

Guliliat Azale, assistente sociale del JRS Etiopia, ritiene che il laboratorio abbia superato le aspettative della maggior parte dei partecipanti. Condividere alla pari le attività domestiche, assumersi parte della responsabilità dell'educazione dei figli, e mandare a scuola anche le bambine sono state solo tre delle proposte di cambiamento del comportamento emerse nel corso dei confronti.

"Gli uomini devono rendersi responsabili e lavorare sodo per realizzare l'uguaglianza di genere modificando il proprio comportamento. Devono insegnare a bambine e bambini che sono uguali, e aiutare le donne in qualunque modo possibile", ha detto una partecipante eritrea al laboratorio.

"La maggior parte degli uomini rimane a casa in ozio mentre le mogli corrono da una parte all'altra per sbrigare le faccende domestiche e cercare di sostenere la famiglia", ha spiegato Hanna Petros, direttore del Progetto di necessità di emergenza del JRS Etiopia, evidenziando il ruolo chiave svolto in questo contesto dalle norme culturali.

Nel corso delle visite ai rifugiati e ai richiedenti asilo, i team del JRS raccolgono spesso richieste di laboratori su questioni legate al genere, soprattutto sui ruoli in seno alla famiglia e sull'uguaglianza.

Il laboratorio è stato progettato per affrontare questa necessità e ha coinvolto richiedenti asilo e rifugiati senza documenti di un'ampia varietà di gruppi etnici, nazionalità e religioni. Donne e uomini provenienti da Somalia, Eritrea, Congo e Sudan hanno potuto condividere le proprie esperienze, cercando al contempo di raggiungere un nuovo livello di consapevolezza in tema di uguaglianza di genere.

Nelle parole di una partecipante proveniente dalla Somalia "i nostri leader religiosi ci hanno insegnato che dobbiamo obbedire agli uomini senza sollevare obiezioni. Le donne non hanno il diritto di esprimere la propria opinione su alcun tema. È di formazioni come questa che i nostri uomini hanno bisogno perché si realizzi un cambiamento del comportamento".

Uguaglianza domestica. Il primo giorno, i facilitatori hanno dato inizio al laboratorio esplorando la differenza tra sesso e genere. Nei due giorni successivi, invece, sono stati approfonditi temi quali l'equa divisione del lavoro, l'approccio di sviluppo di genere, la promozione del riconoscimento e del rispetto delle donne, e l'identificazione delle attività domestiche come attività lavorative di valore.

Giochi di ruolo incentrati sui partecipanti, sketch teatrali, attività di gruppo e sessioni di domande e risposte hanno reso vive le tematiche e incoraggiato dibattiti e discussioni animate. I rifugiati hanno potuto così condividere tra loro esperienze e contesti personali.

"In teoria so come cucinare e lavare i panni, ma per ragioni culturali non mi è mai venuto in mente di farlo. Questo laboratorio mi ha convinto ad abbandonare le cattive abitudini che avevo, e ora sono contento di cominciare a condividere con mia moglie il peso delle incombenze domestiche", ha detto in chiusura un partecipante sudanese.


Burundi: si pongono le basi per un'istruzione di qualità

 
Studenti all'inaugurazione di una scuola primaria a Rutana, nel Burundi orientale, dove quest'anno il JRS ha portato a termine un progetto scolastico biennale. (Danilo Giannese/JRS)

 
Negli ultimi due anni, hanno frequentato la scuola quasi 900 bambini; centinaia di banchi oltre ad altro materiale scolastico sono stati forniti a quattro altre scuole primarie locali.  

Rutana, 2 febbraio 2012 – Stando a una dichiarazione del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati Burundi che segna la conclusione di un progetto biennale di scuola primaria, a Rutana l'istruzione di qualità per i bambini di scuola primaria è ormai una realtà.

Il progetto del JRS è stato istituito nel 2010 con il fine di fornire servizi educativi alle comunità di ex rifugiati rtientrati in Tanzania dopo anni di esilio forzato, oltre che a componenti della comunità locale.

"La guerra 1993-2005 ha devastato il paese, negando a migliaia di bambini – divenuti ormai adulti – la possibilità di frequentare la scuola. Ciò non dovrà ripetersi per i loro figli, cui abbiamo garantito il diritto di ricevere un'istruzione di qualità; diritto che andrebbe assicurato a tutti i bambini del mondo", ha dichiarato il responsabile per l'advocacy del JRS Grandi Laghi, Danilo Giannese.

Conquiste durature. A Rutana, il JRS ha lasciato un edificio di scuola primaria ben attrezzato e operativo, costituito da 18 aule e un laboratorio di IT, come pure un nido d'infanzia in via di costruzione. Negli ultimi due anni, hanno frequentato la scuola quasi 900 bambini; centinaia di banchi oltre ad altro materiale scolastico sono stati forniti a quattro altre scuole primarie locali.

"Non si tratta soltanto di costruire aule scolastiche o distribuire libri di testo" ha tenuto a precisare il responsabile del JRS Grandi Laghi per i programmi, Ernesto Lorda. "La cosa più importante che lasciamo a Rutana è la schiera di direttori scolastici impegnati ed entusiasti del loro lavoro, oltre a insegnanti e genitori che ben hanno compreso l'importanza di dare un'istruzione ai bambini".

Oltre a costruire le scuole, la cui gestione è stata affidata alla diocesi di Rutana, il JRS ha provveduto a formare in gestione scolastica 18 direttori di scuola primaria; il che torna a beneficio, seppure indirettamente, di 300 insegnanti e 15.000 alunni. I team del JRS hanno anche organizzato corsi di lingua inglese e kiswahili, nonché laboratori di tecniche pedagogiche e psicosociali per oltre 600 insegnanti, e sul valore dell'istruzione per i giovani riservati a 228 membri delle associazioni dei genitori.

Sempre nelle parole di Ernesto Lorda, "abbiamo gettato a Rutana i semi di un'istruzione di qualità, che sono certo porteranno frutti nei tempi a venire".

Il JRS opera nel Burundi dal 1995, offrendo i propri servizi ai rifugiati congolesi e agli sfollati burundesi. Dalla fine della guerra, il JRS a spostato la propria attenzione sul Burundi orientale, provvedendo ad assicurare cibo e servizi educativi ai rifugiati che rientrano dalla Tanzania.

Attualmente, il JRS sta portando avanti due progetti di sicurezza alimentare rispettivamente a Giteranyi e Giharo, che si dovrebbero concludere alla fine del 2012. Nei prossimi mesi, tuttavia, il JRS inaugurerà una scuola di agraria a Kibimba, segno concreto del proprio impegno in favore di un rimpatrio duraturo in Burundi.

Ecuador: rifugiati colombiani

 
Sono circa 500.000 i rifugiati colombiani fuggiti in paesi confinanti, di cui molti hanno ancora bisogno di soluzioni durevoli, soprattutto perché l'integrazione locale e il rientro in sicurezza in Colombia sono ancora opzioni remote. (JRS)

 
Pur avendo avviato diversi programmi intesi a favorire il rientro in patria dei rifugiati, tra cui uno che promette un compenso in denaro e la restituzione delle terre, i rifugiati non dimostrano interesse al rimpatrio.  

Quito, 2 febbraio 2011 – Javier González* stava insegnando a suo figlio Miguel, nove anni, a giocare a scacchi, quando la moglie Rosa ha interrotto il gioco per chiedere al bambino cos'era successo quella mattina a scuola.

Miguel ha abbassato lo sguardo e ha raccontato che il suo compagno di classe ecuadoriano aveva invitato un altro compagno a non giocare con lui, perché era colombiano.

Costretti a fuggire dalla Colombia per timore dei paramilitari, Miguel e i suoi genitori erano stati riconosciuti rifugiati. Tuttavia, in Ecuador i colombiani non rientrano nel tipico novero degli altri rifugiati ospitati nei campi. La famiglia di Miguel abita in un anonimo appartamento in uno dei quartieri medio-bassi di Quito, e a malapena riescono a pagare l'affitto a fine mese. Come si può intuire dall'esperienza vissuta dal bambino, non costituiscono una presenza bene accetta; anzi sono guardati con sospetto e spesso associati alla criminalità in senso lato.

Stando all'Agenzia delle NU per i rifugiati, circa cinque milioni di colombiani sono stati costretti allo sfollamento da episodi di violenza, e di questi il 20 percento ha abbandonato il paese. La famiglia González fa parte dei circa 53.000 rifugiati ufficialmente riconosciuti in Ecuador (su circa 140.000 colombiani bisognosi di protezione internazionale).

Rosa e Javier raccontano di aver avuto una vita felice in Colombia, e che avevano persino messo da parte i soldi per costituire un'organizzazione non-profit che prestava assistenza diurna a donne in difficoltà. Poco dopo, però, un gruppo paramilitare aveva offerto a Rosa 10.000 dollari USA perché acconsentisse a collaborare nel riciclaggio di denaro sporco.

Al suo rifiuto, i fuorilegge si erano fatti più minacciosi; quando poi due estranei si sono presentati alla loro porta, la coppia è fuggita con i figli. Lungo tutto il viaggio Rosa ha continuato a sperare di trovare pace in Ecuador, ma si sbagliava: prima tra tutte le difficoltà, quella di trovare un lavoro. Nonostante in Ecuador la legge consenta ai rifugiati di lavorare, di fatto spesso la discriminazione ne ostacola l'accesso al mondo del lavoro.

Secondo una recente indagine condotta dalla Facultad Latinoamericana de Ciencias Sociales (FLACSO), circa il 64 percento degli ecuadoriani cui era stato chiesto un giudizio sui colombiani ha espresso una valutazione che andava da "cattivo" a "pessimo".

Se da un lato in Ecuador le cause della recente impennata della criminalità sono molteplici e complesse, negli ambienbti ufficiali essa viene spesso collegata alla presenza colombiana. Lo scorso giugno 2011, in uno dei suoi messaggi radiofonici alla nazione il presidente Rafael Correa ha definito il processo di riconoscimento dello status di rifugiato "molto permissivo", soggiungendo che l'asilo veniva "a volte concesso anche a delinquenti".

Secondo Juan Villalobos, codirettore del JRS Ecuador, questa disposizione d'animo sproporzionatamente negativa nei confronti dei colombiani è in parte una reazione di natura difensiva. Le sfide sociali poste dalla delinquenza, dal crimine organizzato e dalla prostituzione vengono comunemente imputate ai colombiani.

"La cultura ha una sua forma di difesa, che è quella di attrbuire gli aspetti sociali negativi a una terza parte, nel caso specifico agli stranieri".

Politica sui rifugiati. Pur avendo avviato diversi programmi intesi a favorire il rientro in patria dei rifugiati, tra cui uno che promette un compenso in denaro e la restituzione delle terre, i rifugiati non dimostrano interesse al rimpatrio.

Un'indagine condotta dalla FLACSO nell'ottobre 2011 ha posto in evidenza che su 1.300 colombiani rifugiati e immigrati illegali, l'84 percento ha dichiarato la non volontà di rientrare al momento in patria; posizione, questa, peraltro condivisa da Rosa, che ha giustificato la sua risposta appellandosi alle condizioni di insicurezza e agli elevati livelli di violenza presenti nel suo paese.

Ritornando a Villalobos, questi timori non sono infondati, in quanto in molte parti del paese imperversano guerriglieri e gruppi paramilitari che "...insistono per il rientro [di quanti sono espatriati] nonostante non esistano le condizioni per un loro ritorno in patria".

*A tutela delle persone, i nomi citati in questo articolo sono di fantasia.

L'articolo originale, "Ecuador's Invisible Refugee Population" di Stephanie Leutert, è stato pubblicato online su America's Quarterly.

Haiti: progetto per i rifornimenti idrici testimonianza di ripresa

 
Un progetto per l'acqua potabile a Los Cacaos ad Haiti ha riunito in un team persone che risiedono nella stessa area per migliorare la qualità della vita nella comunità e ricostruire l'autostima. (Christian Fuchs/JRS)

 
Il progetto beneficia all'incirca 450 famiglie nella zona di El Corte alimentata dalla prima cisterna, e altre 250 famiglie nella zona alimentata dalla seconda cisterna.  

Los Cacaos, 2 febbraio 2012  A due anni dal sisma che ha colpito Haiti, Los Cacaos ha dato prova di quanto si può realizzare quando ci si unisce per lavorare insieme alla soluzione di un problema.

Il progetto per i rifornimenti idrici è stato elaborato dalle suore cattoliche distribuite nella parrocchia di San Francisco de Banica lungo il fiume Artibonite, nella Repubblica Dominicana, tenendo conto anche dei suggerimenti provenienti dai capi delle comunità locali. Per la sua realizzazione, il Jesuit Refugee Service USA ha stanziato la somma di 113.000 dollari USA; da parte loro, i membri delle comunità hanno fornito manodopera per la costruzione di strade e cisterne, nonché per la posa di chilometri di tubi e condutture in plastica.

Grazie al loro impegno nella realizzazione di una base da cui partire per futuri progressi a lungo termine, ora ben 700 famiglie possono fruire di acqua corrente potabile.

"Potevamo contare su 11 squadre di 25-32 persone" spiega Wilens Thomas, di Los Cacaos "che trasportavano sabbia e cemento là dove i camion non arrivavano. Trasportavano a spalla questo materiale oltre le colline, fino alla sorgente".

Prima che fosse realizzata quest'opera, dovevo mandare i bambini a prendere l'acqua: ci mettevano mezza giornata, o anche più. A volte capitava che inciampassero sulla via del ritorno e l'acqua si rovesciasse, così gli toccava ritornare alla fonte", racconta un residente, Olise, cinque figli.

Le parole di Olise pongono in evidenza un ulteriore vantaggio rappresentato dalle cisterne: i bambini che impiegavano ore per rifornire di acqua la famiglia, ora possono frequentare la scuola in tutta sicurezza in seno alla propria comunità.

Si unisce al coro sr. Refugio Chavez: "Questo progetto fa intravedere un futuro luminoso, proprio perché in esso sono coinvolte tutte le fasce di età. Senza peraltro dimenticare il contributo delle donne, che molto hanno fatto per la sua realizzazione".

Si tratta di un modello partecipativo di aiuto umanitario e conseguente sviluppo che ha avuto il duplice ruolo di fornire le risorse indispensabili per la salute della comunità, e rafforzare la funzione della sua componente femminile nei processi decisionali, affidando alle donne un ruolo attivo nei progetti di sviluppo.

Promuovere lo sviluppo, scoraggiando la migrazione. Prima del sisma del gennaio 2010, nella zona di Los Cacaos vivevano oltre 7.800 persone. In seguito, è divenuta punto di transito per numerosi nuclei familiari sfollati che cercavano di migrare nella Repubblica Dominicana, per cui la presenza umana è salita a 16.000 e più persone.

Sr. Refugio ha tenuto a precisare che "uno degli obiettivi che ci prefiggiamo è di rendere il progetto autosufficiente".

"Ci auguriamo che il progetto si integri totalmente con i settori educativo e sanitario, nonché con un'agricoltura più al passo con i tempi e una sicurezza alimentare. Speriamo che Los Cacaos, uno dei luoghi più poveri di Haiti, riesca a dimostrare al paese e al mondo intero di essersi rimesso in piedi, avviato verso un nuovo futuro. Qui c'è modo di rifarsi una vita migliore, qui ci sono le risorse per i cambiamenti che servono; non c'è bisogno di emigrare nella Repubblica Dominicana".

Dopo l'epidemia di colera dell'ottobre 2010, le suore hanno parlato con abitanti della zona, apprendendo così delle difficoltà che incontravano nel procurarsi acqua potabile. Si è allora studiato un piano per convogliare acqua dalle colline fino ai centri abitati, dove essa viene filtrata, riversata in cisterne, e da qui distribuita alle abitazioni e ai centri comunitari.

Le cisterne hanno rispettivamente una capacità di 200 e 100 metri cubi circa di acqua. Il progetto beneficia all'incirca 450 famiglie nella zona di El Corte alimentata dalla prima cisterna, e altre 250 famiglie nella zona alimentata dalla seconda cisterna.

"Il progetto ha richiesto un gran lavoro: si è dovuto portare a spalla sabbia e cemento su per le colline", racconta Enila, che vive con il marito Alcen nella comunità di El Corte. La loro vita è radicalmente trasformata da quando hanno acqua corrente in casa.

"Prima ci toccava andare a piedi lungo il fiume, raccogliere l'acqua in grandi taniche, e una volta a casa bollirla per poterla usare. Ci voleva un sacco di tempo, che ora possiamo dedicare ad altre funzioni. Ma soprattutto sono migliorate sensibilmente le nostre condizioni di salute".

La disponibilità di acqua permette ora di coltivare prodotti agricoli tutto l'anno, senza dover aspettare la stagione delle piogge.

"Abbiamo potuto piantare banani, alberi da frutto; riusciamo a crescere prodotti per noi e qualcosa anche per il mercato. Li barattiamo con sapone, olio alimentare e carbone".

Enila, e non lei soltanto, si sono resi conto che spesso in passato veniva gente da fuori che prometteva giorni migliori e poi se ne andava senza fare nulla di buono.

"Un tempo, la gente pensava che non ci sarebbe mai stata l'acqua, e per questo motivo non si dedicava al progetto".

Racconta Vetlana, 70 anni, sempre vissuta nella comunità di Los Csacaos: "Abbiamo portato a mano sabbia e abbiamo cercato le pietre migliori per costruirci la cisterna".

Le famiglie che non hanno preso parte alla prima fase di costruzione vengono ora invitate a collaborare.

"Possono collaborare piantando alberi e arbusti intorno alla sorgente; così l'acqua si manterrà più pura", ci ha spiegato Wilens, coordinatore locale delle opere.

Il rimboschimento e il ripristino delle condizioni ambientali in genere serviranno a mitigare gli effetti delle tempeste tropicali, in quanto sia gli alberi che gli arbusti con le loro radici prevengono l'erosione del terreno.

Il sistema di irrigazione fornisce agli agricoltori del luogo l'acqua necessaria alle colture e ai residenti quella che serve per alimentare giardini e orti dove crescere quanto serve per uso familiare. Tutto questo aiuta a ripristinare una certa vivibilità in seno alla comunità.

A parte le migliorate condizioni sanitarie, sr. Refugio ha notato una serie di altri nuovi aspetti positivi.

"Il primo importante cambiamento è l'accresciuta autostima. La gente sente di valere, di essere considerata sul piano umano, di non essere più costretta a tendere la mano, che lavorare come un'unica squadra è costruttivo. Ora hanno l'acqua, migliori condizioni di salute, ma soprattutto si sentono migliori loro stessi".

"Credo che il Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati abbia svolto un ruolo cruciale in questo progetto. La stretta collaborazione, il sostegno economico, il nostro ruolo di facilitatori e quello svolto dalla comunità stessa hanno riportato il sorriso sul volto di questa gente", dice con soddisfazione sr. Refugio.

Le fa eco Wilens Thomas: "Queste comunità hanno tratto un enorme beneficio da questa iniziativa; vedere come un progetto idrico riesce a cambiare la vita di interi gruppi di persone può essere di esempio per l'intera Haiti e per il resto del mondo".

E conclude Enila: "Siamo grati al Signore e a tutte le persone che hanno contribuito alla realizzazione del progetto facendoci avere acqua potabile. Vi prego, non ci dimenticate".

  JRS DISPATCHES è inviato dall'Ufficio Internazionale del Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati, CP 6139, 00195 Roma Prati, Italia. Tel: +39-06 689.77.386; Fax: +39-06 688 06 418; Email: dispatches@jrs.net; JRS on-line: http://www.jrs.net; Editore: Peter Balleis SJ; Redattore: James Stapleton; Traduzioni: Carles Casals (spagnolo), Edith Castel (francese), Simonetta Russo (italiano).

[JRS Dispatches Italiano] N. 312
Editor: James Stapleton